Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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La riforma delle Bcc


L’intervento in aula di Massimo Mucchetti  in sede di discussione generale sul voto di fiducia al decreto legge che riforma il sistema delle Bcc.

Il decreto del Governo sulle banche, che ci accingiamo a convertire, contiene alcune norme come quelle sulle cartolarizzazioni che, data la situazione a cui siamo pervenuti, potranno un po’ aiutare senza comunque risolvere la questione gravissima dei crediti deteriorati che pesano sui bilanci del sistema bancario italiano e che mettono piombo nelle ali all’attività creditizia. E tuttavia, bene.

Vi è un’altra norma, assai più importante e incisiva, che è la riforma del credito cooperativo. Anche in questo caso mi viene da dire che lo schema funziona. C’è tuttavia, anche per effetto del lavoro fatto dalla Camera dei deputati, un passaggio che complica inutilmente le cose e che credo vada lumeggiato. Questo passaggio è costituito dalla cosiddetta way out facilitata per le banche di credito cooperativo con capitale superiore ai 200 milioni e per altre che a queste, nel giro di sessanta giorni, si possono aggregare, attraverso il conferimento dell’azienda bancaria a una SpA, ovvero alla vendita della medesima attività bancaria a una banca già esistente.

Perché dico che questa norma non funziona? Perché non obbedisce alla logica che ha ispirato l’azione di Governo fin qui (che abbiamo già ritrovato nella riforma delle banche popolari), la quale tende ad accrescere la dimensione delle banche in modo tale da consentire economie di scala e maggiori efficienze gestionali a favore del loro consolidamento e della loro capacità di fare credito all’economia. In questo caso, qualora la way out venisse imboccata, noi avremmo una proliferazione di banche di dimensione microbica, quindi contraria all’impostazione generale.

Tuttavia, siccome la manovra è fatta male, è molto probabile che siano pochissime le banche di credito cooperativo che imboccheranno questa strada, perché il decreto che ci è stato consegnato dalla Camera prevede che comunque venga versato un 20 per cento del patrimonio netto al bilancio dello Stato. Questa misura, a mio parere, è impropria, perché costituisce de facto un’imposta senza dichiararsi tale: si parla di versamento, non d’imposta.

Se avessimo voluto parlare d’imposta avremmo dovuto definirla come imposta sostitutiva per affrancare le riserve indivisibili, ma siccome non vogliamo affrancare le riserve indivisibili che restano in capo alla cooperativa, comunque costringiamo a fare questo versamento. Un versamento che, a mio parere, è poco legittimo perché costituisce una discriminazione a danno delle imprese cooperative che vogliano effettuare un’operazione di scorporo di ramo d’azienda, che viene fatto normalmente dalle società di capitali.

Questa norma sbagliata ha, però, un effetto positivo, che è quello di scoraggiare le BCC dall’imboccare la via di uscita. Capite che siamo nel regno della tortuosità. Perché le scoraggia?

L’intera riforma del credito cooperativo, positiva, si basa su un’analisi dei fatti inoppugnabile, e cioè che le banche di credito cooperativo hanno un patrimonio netto mediamente rilevante, meglio di quello delle banche SpA – la media vuol dire che ce ne sono anche alcune che non ce l’hanno – e, tuttavia, rispetto alle banche SpA, hanno una quantità di crediti deteriorati, e tra questi di sofferenze, più elevata e meno coperta dai fondi di svalutazione; per cui nel sistema del credito cooperativo c’è un equilibrio tra il maggiore patrimonio e i minori fondi.

Ora, se si mette un balzello del 20 per cento del patrimonio su chi vuole cedere l’attività bancaria a una SpA, si indebolisce pesantemente il patrimonio medesimo; restano i fondi di svalutazione insufficienti e un patrimonio indebolito.

Temo che il Governo non l’abbia fatto ma avrebbe dovuto fare l’analisi di impatto della norma sui conti delle società. Stiamo parlando di banche, non di poesie; bisogna guardare i bilanci, e allora si scoprirebbe che, per esempio, la BCC di Cambiano – il cui consulente Nicola Rossi ha rivendicato sul «Corriere della sera» la paternità della norma che ci viene oggi proposta – scenderebbe da un patrimonio leggermente inferiore a quello medio delle BCC attuali, ad un patrimonio nettamente inferiore alla soglia che la Banca d’Italia ha indicato nelle audizioni parlamentari come quella al di sotto della quale una banca di credito cooperativo viene considerata debole, meritevole di soccorso, di ricapitalizzazione.

Non solo. Pure la copertura dei crediti deteriorati risulta largamente inferiore alle soglie indicate dalla vigilanza. Mi domando, allora, se chi ha pensato questa norma si è reso conto di cosa sta facendo.Naturalmente la norma è una opzione, non un obbligo, quindi saranno i soci di queste cooperative a ragionare sulla convenienza o meno di in imboccare questa strada.

Infatti io credo che all’atto del conferimento dell’attività bancaria nella SpA o della vendita ad un’altra banca si apriranno due problemi, il primo dei quali sulla natura della cooperativa che resta. Ho sentito tanti discorsi: io, nella mia modestia, non sono un costituzionalista né un giurista, dunque mi riparo dietro l’autorevolezza di Paolo Ferro-Luzzi, che era il giurista più competente in materia bancaria, ormai scomparso, che ancora nel 2000, quindi in data non sospettabile di coinvolgimenti con l’ora presente, spiegò che le banche di credito cooperativo non sono cooperative qualsiasi ma sono imprese bancarie cooperative e cioè, nel momento in cui non hanno più attività creditizia nel proprio oggetto sociale, finiscono con il perdere la loro ragion d’essere. Pongo questa riflessione all’attenzione dei colleghi che ne sanno più di me in questa materia che non so se ci hanno pensato.

Ma non è questo il punto principale, siamo realisti. Il punto principale è che se tu dal 15 per cento delle attività ponderate per il rischio vedi il tuo patrimonio calare sotto il 12 per cento quando la quota indicata dalla Banca d’Italia è il 13 per cento, se la tua copertura dei fondi dei crediti deteriorati è meno del 30 per cento, devi fare un aumento di capitale. Avete visto, nella fusione fra Banca popolare di Milano e Banco popolare, che cosa ha detto la BCE? Ha detto che si poteva fare ma aumentando il capitale un miliardo. In questo caso, dunque, si può fare ma aumentando il capitale di alcune decine di milioni. A questo punto la domanda è la seguente: secondo voi questo aumento di capitale sarà facile da collocare sul mercato in un momento in cui gli sportelli bancari ti vengono regalati, nel momento in cui quando tu offri venti o trenta sportelli bancari crei un problema a chi li deve acquistare? Chi sta facendo queste norme sa in che mondo vive o insegue delle ubbie e dei pensieri vaghi?

Questa è un’analisi che non è stata fatta nemmeno alla Camera e dunque che il Senato, visto che probabilmente dovrà votare una fiducia a scatola chiusa, abbia almeno contezza dei numeri. Stiamo parlando di banche, ripeto, non di unioni civili o di letteratura.

Se noi arriviamo a dover fare un aumento di capitale che sarà di difficile collocazione, dovremmo anche stabilire un valore della banca che va a proporre al mercato questo aumento di capitale. Questo valore, secondo voi, come si costruisce, come si determina? Si determina prendendo i riferimenti di mercato (stiamo facendo una SpA non una fondazione benefica) e tali valori, oggi, mediamente, per banche ben più solide di quelle di cui stiamo parlando e con un’apertura al mondo della finanza ben più collaudata nel tempo, con una reputazione più importante, trattano in borsa al 50 per cento del valore patrimoniale. Perché trattano con questo sconto? Perché guadagnano poco e quindi vengono pagate mediamente dieci volte gli utili.

Io ho fatto un conto sulla banca di Cambiano che è quella, diciamo così, più sensibile. La banca di Cambiano, una volta che fosse trasformata in SpA e che pagasse le imposte come si deve e non più come cooperativa, avrebbe un utile di meno di quattro milioni all’anno e quindi potrebbe valere una quarantina di milioni. Se si cerca di collocare le azioni sul mercato, si deve anche fare uno sconto.

Ricordo che il valore di patrimonio netto attuale di questa BCC è 278 milioni, ergo, mi pare che se noi volessimo fare una cosa fatta bene dovremmo eliminare la way out perché non sta né il cielo né in terra e lasciare alle cooperative che vogliano trasformarsi in SpA in modo trasparente e senza questi magheggi, la possibilità di seguire la via classica e cioè devolvere la riserva indivisibile ai fondi mutualistici per la promozione della cooperazione per poi fare un aumento di capitale, dato che hanno affari stupendi, e il mercato accorrerà a sostenerle.

Se non c’è questa forza è meglio stare tutti assieme.

Detto questo credo che voterò comunque a favore di questo provvedimento, perché, come ho appena finito di illustrare, questa è una cosa sbagliata, ma così sbagliata che non verrà utilizzata e, quindi, rimarrà in piedi l’impianto generale della riforma del credito cooperativo che invece è positivo. Però mi pare che sia giusto che rimanga agli atti che qui l’anello al naso non ce l’abbiamo.