IL TEMINO DI FEDERICA. Era da tempo che l'Alto rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri e la sicurezza non prendeva la parola sulla stampa italiana.

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  • IL TEMINO DI FEDERICA. Era da tempo che l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la sicurezza non prendeva la parola sulla stampa italiana. L’ha fatto oggi con una lettera al “Corriere” per annunciare il suo Si’ al referendum. E che cosa ha scritto Federica Mogherini?

    Ci saremmo aspettati che chiarisse, dato il suo incarico, come funzionano gli articoli della riforma costituzionale secondo i quali il Senato conserva gli stessi poteri della Camera nella formazione e attuazione delle decisioni europee (art. 55), sulla legge che regola le modalità di tale partecipazione dell’Italia alle attività dell’Unione europea, e cioè la legge Moavero del 2012 (art. 70) e nella ratifica dei Trattati, e ovviamente delle loro modificazioni (art. 80). Ce lo saremmo aspettati perché le competenze europee assegnate al nuovo Senato rischiano di generare un corto circuito con la Camera, posto che la prima camera verrà eletta tutta nello stesso giorno e può essere chiamata a esprimere il voto di fiducia mentre il nuovo Senato verrà eletto a tappe, e dunque con maggioranze potenzialmente variabili e diverse e non potrà essere chiamato alla disciplina di coalizione non esprimendo più il voto di fiducia.

    Per l’occasione, ci saremmo aspettati che Mogherini difendesse questo nuovo assetto istituzionale ponendolo in relazione con la politica estera della UE su alcune questioni esemplari. Per esemplificare cito i rapporti con la Russia (le sanzioni, l’Ucraina, la Crimea, ma anche la Siria) e quelli con gli USA (il Ttip di per se’ e in relazione ai trattati eurasiatici, il Medio Oriente e il Nord Africa, la nuova Nato e la sicurezza europea). E invece Federica Mogherini ha svolto il solito temino sulle riforme che non si sono mai fatte e che ora invece…

    Ma dai, Fede… Hai mai sentito parlare del servizio sanitario nazionale, dello Statuto dei diritti dei lavoratori, della liberalizzazione degli accessi all’università, dell’estensione del l’obbligo scolastico, dell’edilizia economico popolare, della riforma urbanistica, del divorzio, dell’aborto, dell’obiezione di coscienza, del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, di Maastricht, delle liberalizzazioni che si avviarono sotto Prodi e oggi, dopo tante Leopolde, sono ferme?

    Capisco la gratitudine per il governo al quale devi la poltrona, ma c’è modo e modo. La prossima volta non imitare Nicodemo e sii te stessa.

  • EVASIONE FISCALE: APPLE, LA UE E NOI. La Commissione UE ordina all’Irlanda di recuperare imposte evase da Apple tra il 2003 e il 2013 per 13 miliardi più gli interessi. L’evasione è stata resa possibile dai tax ruling di comodo che Dublino aveva rilasciato in violazione delle regole europee sulla concorrenza e sugli aiuti di stato. L’Irlanda, avverte la commissaria Vestager, dovrà recuperare meno qualora altri governi reclamino la loro parte del maltolto, dato che dall’Irlanda Apple fatturava vendite avvenute in realtà e in grandissima parte negli altri Paesi dell’Unione europea.

    A questo punto, ci si augura che il governo rompa gli indugi ed esiga il pagamento delle imposte evase in Italia non solo da Apple ma anche da Google e da altri colossi del web, per esempio da Amazon e Mc Donald che restano sotto inchiesta della Commissione UE per i tax ruling ottenuti dal Lussemburgo. Il governo potrebbe contare sulle inchieste della procura della repubblica di Milano su Apple, Google e Amazon.

    Certo, se avesse accolto l’emendamento sulla web tax che avevo proposto al ddl Concorrenza, oggi il governo sarebbe più forte. Personalmente, resto in attesa delle motivazioni in base alle quali il Ministero dell’Economia costrinse la Commissione Bilancio a bloccare quell’emendamento per mancanza di copertura, argomento incredibile considerando che un’imposta comporta entrate e non uscite. Palazzo Chigi aveva pure istituito una commissione di studio sulla materia, ma se ne sono perse le tracce. E tuttavia, siamo ancora in tempo per rimediare. C’è una legge di stabilità che bussa alle porte.

    E alla quale intendo contribuire presentando, alla riapertura del Senato, un ddl sulla web tax. E’ più importante è redditizio far osservare la par condicio fiscale che elemosinare la carità di piccoli investimenti e qualche photo opportunity con Tim Cook  o Marc Zuckerberg. I quali, pagate le imposte, investiranno comunque.

  • CONFLITTI IN CAMPIDOGLIO. Colpisce la superficialità politica e amministrativa con la quale il neo assessore del Comune di Roma, Marcello Minenna, cerca di risolvere il conflitto di interessi che grava su di lui in quanto dirigente CONSOB e azionista di riferimento dell’Acea, società quotata che emette azioni e obbligazioni negoziate in Borsa. Non basta rinunciare al compenso del Campidoglio per mantenere incarico e, ovviamente, stipendio in CONSOB. È questo un punto da considerare certo, ma del tutto minore. I punti politici veri sono altri due.

    Il primo riguarda il rapporto tra le pubbliche amministrazioni. Il Sindaco di Roma ha chiesto alla Commissione di controllo sulla Borsa l’autorizzazione ad assegnare l’incarico assessorile a Minenna che da quella pubblica amministrazione dipende? Ritiene il Sindaco che al Comune di Roma basti un assessore a mezzo servizio per gestire bilancio, patrimonio e partecipazioni societarie? Ritiene il collegio della CONSOB che l’Ufficio analisi quantitative e innovazione finanziaria possa a sua volta essere diretto da una persona a mezzo servizio quando questa stessa persona finora vi si è dedicata a tempo pieno?

    Secondo punto politico: ritiene la CONSOB che possa continuare a reggere un ufficio, che collabora in vario modo alla vigilanza sui titoli e sui loro emittenti, una persona che assume un ruolo così rilevante in uno o più soggetti vigilati? E non ritiene lo stesso sindaco di Roma, per coerenza con le posizioni radicali del M5S in tema di conflitti d’interesse, di dover porre rimedio a questa situazione di palese, sostanziale conflitto evitando il latinorum degli Azzeccagarbugli di chi considera questo ufficio della CONSOB slegato dal rapporto della Commissione con i vigilati?

    Ricordo al Campidoglio, alla CONSOB e al ministero dell’Economia, che ho chiamato a rispondere al più presto in Senato, che i commissari e i dirigenti della CONSOB non possono prendere incarichi professionali in soggetti vigilati per due anni dopo la cessazione del mandato o del servizio presso la Commissione. Si può discutere se questa norma, ottima in linea di principio, non abbia poi l’effetto di ridurre la possibilità di assumere le persone di più alta qualità per taluni incarichi pubblici, ma ora la norma c’è e va rispettata. Nella lettera e nella sostanza.

  • L’UNITÀ E IL SUO EDITORE. Erasmo D’Angelis, direttore de “l’Unita’, ha giustificato il rifiuto di pubblicare una mia lettera aperta al sottosegretario Lotti sulla riforma del credito cooperativo, verificata nel caso specifico della Bcc di Cambiano, paventando improbabili querele da parte di Lotti e della banca toscana e infine adducendo, più credibilmente, la posizione dell’editore. Ovviamente nessuno può pretendere il diritto di pubblicazione a prescindere.

    I giornali non sono buche delle lettere. Sul “Corriere” di De Bortoli potevo criticare la Fiat in prima pagina. Sull’ “Unità” … In ogni caso, dei si’ e dei no direttore ed editore si assumono la piena responsabilità. E dunque, ribadita la legittimità delle scelte della direzione di pubblicare o meno, resta la libertà di ciascuno di giudicare nel merito. Un direttore che cestina un testo sciatto, impreciso, poco interessante o, effettivamente, foriero di guai giudiziari avrà l’applauso. Un direttore che tiene a bada collaboratori o presunti tali che vorrebbero solo tromboneggiare, avrà un doppio applauso. Un applauso che sarà triplo che metterà la sordina ai laudatores. Viceversa, potrà essere criticato. Un editore, che per la direzione stabilisce certi binari anziché altri, esercita i suoi diritti, che derivano dal capitale investito, ma non può sfuggire, nemmeno lui, al giudizio di merito.

    Il piccolo caso che mi riguarda apre la questione di chi sia e di che cosa voglia l’editore dell’ “Unità”. È il Pd l’editore reale, pur essendo socio di minoranza, o l’imprenditore Pessina, che paga buona parte del conto? E se è il Pd, che cosa ha in cambio Pessina per il suo investimento, posto che non ha né avrà dividendi ed è probabile che non possa rivendere la sua partecipazione con profitto? Ma se invece l’editore reale corrispondesse al socio di maggioranza nominale, e cioè se l’editore reale fosse Pessina, non avrebbe niente da dire il Pd di fronte a certe censure?

    Questo piccolo caso ripropone la questione di che cosa debba essere un giornale di partito o di area nel 2016. Pura propaganda? Sfogatoio per politici di seconda fila che non hanno accesso ai media principali? Luogo per la critica, purché questa morda con le gengive? O, come pure è stata a lungo, palestra delle idee scomode e delle analisi controcorrente, una volta preso atto che la redazione non è in grado, certo non per colpa dei redattori ma per la modestia professionale del progetto editoriale, di fare grandi inchieste e scoprire notizie rilevanti, tenute nascoste dai poteri economici e politici, come si dovrebbe fare nei giornali di informazione e come pure, talvolta, faceva “l’Unita” quando ancora era una scuola di giornalismo apprezzata dall’editoria in genere? Domande retoriche. Purtroppo, si dovrebbe dare risposta positiva alla prima, alla seconda e alla terza, negativa alla quarta. Come sarebbe bello se i gruppi parlamentari del Pd, che finanziano partito e giornale ne parlassero un po’….

  • FEDERICA GUIDI E IL PD. Tempa rossa humanum, Enel diabolicum. Il caso di Federica Guidi fa emergere il problema di come la politica italiana si regola sui conflitti di interesse, sulla politica industriale e sulla politica della concorrenza. Un “come” deludente, a dir poco.

    Gli impianti per sfruttare il giacimento petrolifero lucano comportano un investimento di 1,6 miliardi. Uno dei maggiori in atto in Italia da parte di soggetti esteri, il pool guidato da Total. Un investimento che allarga la base produttiva e migliora l’autonomia energetica del Paese, ancorché da sola non basti certo a garantirla. Non è la solita acquisizione di imprese già esistenti. Dunque, un’operazione da difendere, nonostante la telefonata galeotta di Federica Guidi. Quella telefonata ha comportato un prezzo che Guidi ha doverosamente pagato.

    Gliene va dato atto. Non è da tutti ne’ da tutte. Onore delle armi. Ma non possiamo far finta di non vedere il conflitto di interessi ben maggiore che è recentemente emerso nell’azione di governo dell’ex ministra e che coinvolge la maggioranza. Nel ddl Concorrenza si prevede il superamento del servizio in maggior tutela nell’ambito del mercato elettrico, già liberalizzato nel 2007, in modo tale da favorire l’Enel e danneggiare i consumatori.

    La Ducati Energia, azienda bolognese che appartiene alla famiglia Guidi, e’ fornitrice dell’Enel. Lo impariamo dallo stesso sito internet dell’azienda. È stato finora inutile ogni tentativo di convincere il ministero e la maggioranza a correggere la distorsione della concorrenza insita nel suo modo di superare la maggior tutela. Nel frattempo, noto che, quando si trova davanti a un’intercettazione telefonica, il governo trema e scatta, mentre non vede nulla, diciamo così, quando deve ragionare e decidere da solo, senza il pungolo dei magistrati.

    Se la telefonata per l’emendamento sblocca Tempa Rossa può essere umanamente capita e perdonata, non politicamente, ma confermare questo favore all’Enel (le cui iniziative su altri fronti come le telecomunicazioni vanno peraltro viste con apertura) sarebbe diabolico. Non ho perso la speranza di raddrizzare il ddl concorrenza. E, lo dico adesso, non vorrei mai dover scoprire alcunché su talune banche di credito cooperativo.

  • SALA & PARISI. Dice Beppe Sala al “Corriere”: “Parisi è indubbiamente più politico di me”. Non so se sia vero, forse si’: se si guarda ai curricula, quello del candidato del centro-destra al Comune di Milano è certo più ricco di esperienze limitrofe alla politica, non solo city manager a palazzo Marino come Sala, ma anche altissimo burocrate a palazzo Chigi. E tuttavia sottolineare questo dato costituisce un autogol per Sala. Il sindaco si assume una responsabilità politica, non manageriale. Essere manager aiuta se si è anche politici, altrimenti diventa un equivoco. Tanto meno comprensibile ai tempi di Renzi che a ogni piè sospinto ironizza sui tecnici. Se fossero decisive le qualità manageriali, logica vorrebbe che si votasse tutti per Corrado Passera che vanta un passato di capo azienda assai più rilevante di quello di Parisi e, ancor più, di Sala.

  • PARIGI, L’ISIS E LA STABILITÀ. Il dolore e la rabbia suscitati dalla strage di Parigi, rivendicata dall’Isis, richiedono non solo alla Francia ma anche a tutti gli altri Paesi europei, ma anche alle democrazie di tutto il mondo, un giudizio di fondo: abbiamo subito un atto di terrorismo, sia pure efferato quant’altri mai in Europa, o gli omicidi perpetrati a Parigi nel nome di Allah costituiscono un atto di guerra – l’inizio di una guerra – terribile, sia pure di tipo nuovo.

    In entrambi i casi, ma soprattutto nel caso che il nostro giudizio sia il secondo, bisogna senza dubbio intraprendere una battaglia culturale contro le giustificazioni e le acquiescenze di un Occidente stanco, ricco e bolso contro le quali, per farla breve, si scaglia Pierluigi Battista sul Corriere di stamane. Ma al tempo stesso vanno prese tre decisioni politiche.

    Primo: se l’emergenza è tanto grave come si dice, e certamente lo è, allora l’Italia deve fare quello che può affinché l’Occidente ricomponga un quadro di alleanze contro il nemico comune e principale che comprenda la Russia e la Cina. Nella Seconda Guerra Mondiale, Churchill e Roosevelt sostennero Stalin, che pure era un feroce dittatore, perché anche lui combatteva la Germania. Oggi Mosca e Pechino, che peraltro sono meno pericolose dell’Urss, servono. Non possiamo chiedere il sangue della Russia in Siria, e poi, negando il nostro, fare gli schizzinosi con Putin. E no parliamo della Cina. Di Assad, insomma, parleremo più avanti: se e quando si potrà.

    Secondo: se l’emergenza è tanto grave, tutte le forze responsabili si devono stringere attorno al Governo, fargli sentire l’appoggio del Paese sperando che il governo medesimo cerchi di unire, di coinvolgere queste forze nell’impresa comune di difendere il nostro modo di vivere, i nostri valori democratici di fondo. Questo nuovo posizionamento politico offre al governo la possibilità di chiedere al Parlamento, nel quadro della legge di stabilità, più risorse per la sicurezza, ossia per l’intelligence, la protezione del territorio, le missioni all’estero, le dotazioni delle forze dell’ordine e delle forze armate. Sempre che il governo non giudichi sufficienti gli stanziamenti previsti prima di Parigi. Le opposizioni e pure l’ala critica del Pd hanno il dovere morale di approvare eventuali stanziamenti aggiuntivi. Il Giubileo incombe. Questa intesa sarebbe ancora più forte se il governo ritirasse la norma che eleva a 3 mila euro il limite per i pagamenti in contanti che rischia di favorire il finanziamento dei gruppi terroristici. Non è questa una condizione. Approverei comunque più stanziamenti per la sicurezza. E’ però un invito a riflettere sul mondo che può cambiare, com’è cambiato a Parigi, in un notte.

    Terzo: se la Francia e l’Europa sono in guerra, i vincoli di finanza pubblica del patto di stabilità perdono il loro già scarso senso. Se ci sentiamo in stato di guerra, sia pure di una guerra asimmetrica, di un conflitto di tipo nuovo, non possiamo sperare di non sopportarne gli oneri. Chi guardasse la curva del debito pubblico del Regno Unito vedrebbe due picchi spaventosi: sono quelli delle due guerre mondiali. L’Unione europea deve allargare le maglie. Già la questione dell’immigrazione l’ha stretta alle corde. Parigi e’ la prova d’appello. Piangere i morti di Parigi a finanza pubblica invariata equivale a versare lacrime di coccodrillo. Il diritto alla sicurezza viene prima del pareggio di bilancio.

  • IL PRODE ANZALDI E L’EDITORIA. Nel merito hanno già detto tutto Carlo Freccero e Stefano Folli, l’uno esternando sul “Corriere”, l’altro con il suo Punto su “Repubblica”. Poi Matteo Renzi ha negato di volere epurazioni, lasciando comunque mano libera al direttore generale. E tuttavia il predicozzo contro Telekabul, pardon contro Rai Tre, fatto dall’on. Michele Anzaldi, esponente del Pd nella commissione di vigilanza Rai, pone due questioni generali di cultura politica che meritano un commento.

    La prima questione riguarda l’idea di giornalismo che pare ormai essere coltivata in una vasta area del partito di maggioranza relativa. Parto da un dettaglio burocratico: l’ordine dei giornalisti, simbolo polveroso della corporazione della quale Anzaldi e io facciamo parte, riunisce sia chi cerca le notizie, fa inchieste, elabora commenti sia chi queste notizie, queste inchieste e questi commenti cerca di eterodirigere. Nello stesso recinto, convivono quanti cercano di fare informazione, avendo alle spalle un editore e davanti il pubblico pagante, e quanti invece cercano di manipolare l’informazione al servizio del mandante. Tutti si dicono giornalisti. Eppure, gli uni e gli altri esercitano funzioni diseguali, tra loro contraddittorie. Giocano – dovrebbero giocare – a guardie e ladri. La prima funzione, infatti, serve un interesse pubblico, che sta alla base della democrazia ed è protetto dall’articolo 21 della Costituzione. L’altra funzione serve un interesse di parte: un partito, un ministero, il governo, il parlamento, una banca, una grande industria, un teatro, una casa editrice possono raccontarsi come vogliono ma restano sempre una parte della comunità.

    Pertanto, mi sono chiesto: ma il collega Anzaldi che cosa ha fatto nella vita? La biografia recita: per cinque o sei anni ha collaborato a “Rifiuti oggi”, “La Nuova Ecologia” e a “Milano Italia”, gestione Riotta; poi, da metà anni Novanta, è stato il portavoce di Rutelli, ha curato campagne elettorali, seguito ministeri. Insomma, il curriculum lo colloca nella categoria dei comunicatori politici. Non è dissimile dai curricula di quanti, nella segreteria e all’Unità, hanno responsabilità di direzione nel settore che, nel vecchio Pci, si chiamava “stampa e propaganda”. Niente di male, ma il pulpito è quello.

    Rai Tre, da sempre, interpreta il sentimento di ostilità ai poteri economici e politici diffuso in una parte consistente dell’opinione pubblica. Il suo è certo un giornalismo partigiano, non di meno soddisfa una domanda reale, non tanto diversa da quella che ha alimentato le fortune del Gruppo Espresso. Milena Gabanelli ha firmato una puntata di “Report” sulla Cassa depositi e prestiti a mio avviso assai discutibile, ma ne ha fatta anche una strepitosa sui derivati e un’altra assai buona sull’Eni. Chi ha esperienza di redazioni, sa che la prima è la condizione per avere anche le altre. Ai cavalli di razza, non di rado bizzosi, va concessa una briglia più lunga di quella che si lascia ai fedeli ronzini. Ora, su Rai Tre l’on. Anzaldi non usa gli argomenti che ti aspetteresti in bocca a un Enzo Biagi o a un Eugenio Scalfari, a un Giorgio Bocca o a un Indro Montanelli o a un Sergio Zavoli, ma nemmeno a uno Stefano Balassone, a un Marco Bassetti o a un Giorgio Gori. Anzaldi, ecco il punto, ricorre agli argomenti tipici degli esperti di comunicazione, che misurano i minuti concessi in tv a tizio e a caio come usano fare gli acquirenti di spazi pubblicitari. Intendiamoci, Rai Tre può essere ferocemente criticata dai telespettatori o dai personaggi che tira in ballo. Mica e’ la tv di Garibaldi. Ma l’editore occupa un’altra posizione. E dovrebbe avere una statura professionale che gli consenta di andare oltre le battute su “Rambo meglio dei talk show” o sui dati dell’Osservatorio di Pavia. Non perché siano battute sbagliate, ancorché lo siano, non perché le riletture delle presenze in video sia discutibile, e lo è, ma perché dati e battute non fondano alcuna politica editoriale nuova, capace di mettere in relazione l’offerta televisiva con la domanda di informazione e intrattenimento delle diverse fasce di pubblico sulla base delle risorse attivabili.

    Nell’attesa (illusoria) che il Parlamento abolisca l’ordine dei giornalisti o almeno decida la separazione delle carriere tra giornalisti e propagandisti, un segnale debole può dirla più lunga di un librone. Quest’anno, il Pd ha organizzato il Festival Nazionale dell’Unita’ sulla Comunicazione (a Vasto, nei giorni scorsi) in luogo del Festival dell’Informazione (Firenze, 2012). Una svolta. Comunicazione e Informazione non sono la stessa cosa. Non è mestiere della Comunicazione misurare il messaggio sul piano della veridicità. La Comunicazione si limita a rappresentarlo al meglio e a veicolarlo in modo tale da conquistare il pubblico di riferimento. L’ufficio stampa e i servizi di advertising della Volkswagen, per capirci, comunicano le meraviglie dei diesel di Wolfsburg a scatola chiusa; l’Informazione, invece, dovrebbe scoprirne il software malandrino. Qualche volta l’Informazione ci riesce, qualche altra no, ma sempre ci dovrebbe provare. Ecco, un partito deve risolvere ogni giorno un problema di comunicazione.

    Nessuno lo nega, e va riconosciuto a Matteo Renzi un gran fiuto nell’aver trovato il suo fuoriclasse, Filippo Sensi, non in blasonate agenzie di lobbying o in un grande quotidiano, ma in una testata semiclandestina come “Europa”. E però un partito politico democratico – un grande partito come il Pd che promette di cambiare il Paese – ha un problema ancora più grande: salvaguardare le condizioni che consentano all’industria dell’informazione, architrave della democrazia, di esistere in regime di autentica concorrenza e di indipendenza sostenibile nel tempo. Questo problema, la seconda questione di carattere generale di cui dicevamo, propone al Pd una sfida vera, culturale e politica.

    Per costruire queste condizioni – e ridurre al minimo il conformismo filo governativo e la sudditanza ai poteri economici – due saranno i banchi di prova: il disegno di legge sul riordino dei contributi all’editoria in discussione alla Camera, e una vera riforma della Rai. Al di la’ delle opposizioni di principio ai contributi all’editoria in quanto tali, spesso sostenute da forze politiche come il M5S o da singoli opinion maker come certi ex McKinsey che nulla hanno da dire sui sussidi infinitamente maggiori concessi al fotovoltaico, il punto dirimente è costituito dai criteri di scelta delle testate beneficiarie e delle modalità di erogazione dei fondi: se palazzo Chigi aziona il rubinetto a sua discrezione, con la crisi, a un tempo congiunturale e strutturale, che indebolisce la stampa, avremo tante Pravde, piccole e grandi, a pietire un piatto di minestra per sopravvivere.

    Quanto al servizio pubblico radiotelevisivo, il potere dei propagandisti sarà ridimensionato e forse azzerato non solo e non tanto dalle scontate proteste contro le invasioni di campo della politica, ma da una riforma che elimini in radice la fonte della distorsione. La ricetta è nota: privatizzazione della Rai commerciale, che dovrebbe essere finanziata solo dalla pubblicità raccolta alle stesse condizioni regolamentari di Mediaset o de La 7, e rilancio della Rai pubblica, finanziata dal solo canone in parte legato alla performance e guidata da un vertice professionale, frutto di una governance che ne assicuri l’indipendenza dal Governo e anche dal Parlamento. Ma se nel Pd si parla solo di Comunicazione e si spaccia una leggina per riforma della Rai…

  • DIGITAL TAX E RENZI. Finalmente, dopo due anni, il governo italiano si prepara a far pagare qualche imposta alle multinazionali del web che, finora, le hanno elegantemente aggirate registrando nei paradisi fiscali, molto spesso in Irlanda, i ricavi effettuati nei grandi Paesi europei. Matteo Renzi l’ha definita Digital Tax, altri l’avevano chiamata Google Tax, altri ancora Web Tax.

    Ma se non è zuppa è pan bagnato: si fa pagare l’imposta dove si realizza materialmente il ricavo e non dove si manda on line la fattura. Palazzo Chigi giustifica la benevolenza mostrata finora verso gli elusori di lusso (Google, Apple, Amazon, Facebook, ma anche Ryanair e così via) con l’attesa di una norma europea. E ancora intende pazientare per i primi sei mesi del 2016.

    Altri, come il conservatore Cameron, si sono già mossi. In effetti, l’Unione europea ha affrontato gli abusi di posizione dominante dei Google & C. in chiave antitrust. Assai meno efficace è stata finora l’elaborazione comunitaria sul piano fiscale, ancorché l’elusione consenta all’elusore di offrire servizi a prezzi inferiori rispetto a quelli praticabili da parte di chi le imposte le paga per intero.

    L’emendamento alla legge di stabilità, che avevo presentato un anno fa, per introdurre una norma all’inglese non ebbe il sostegno del governo, preoccupato di trovarsi spiazzato rispetto alla retorica del Nuovo Che Avanza. Poi il sottosegretario Zanetti l’ha riproposto in un suo Ddl. Adesso, con Google che è ormai da due anni il secondo operatore pubblicitario italiano dopo Mediaset, arriva la svolta di Renzi. Vedremo il merito. Ma intanto gli va tributato il giusto omaggio: meglio tardi che mai.

  • BENE TONINI. CADE IL TABU’ DELL’ART.2. Il senatore Tonini auspica una correzione chirurgica dell’articolo 2 della riforma costituzionale per assicurare l’elezione diretta dei membri del nuovo Senato. Mi pare un’apertura che fa cadere il tabù dell’articolo 2. Se confermata dalla segreteria del partito e dal governo, può cambiare il quadro della discussione: dall’intangibilità del principio costituzionale che vorrebbe i consigli regionali quale corpo elettorale del Senato si passa al principio del suffragio universale che si esprimerà nei modi stabiliti dalla legge elettorale ordinaria; dal pasticcio dei listini collocati in un articolo della riforma che smentisce il precedente si può passare alla definizione nitida di un principio democratico.

    La posizione e la tenuta delle minoranze Pd, ma anche di tante altre componenti del Parlamento, di maggioranza e di opposizione, ottengono un primo risultato potenzialmente molto importante: ove ben capito e coltivato, potrà portare a una riforma largamente condivisa anche sugli altri punti critici sbloccando i lavori in Commissione e nell’Aula.

  • RENZI, LA CINA, IL SENATO E IL QUIRINALE. Trovo singolare che il premier di un Paese del G8 in una lenzuolata di intervista, che prende due pagine del “Corriere della Sera”, non dedichi una battuta ai sommovimenti del mondo: dalla Cina all’Iran, dalla Libia al Califfato, dalle elezioni Usa a Putin. La parte italiana del colloquio è priva di novità, non potendosi considerare tali la difesa risaputa della Buona Scuola o la stanca ripetizione del tema “Berlusconismo e Antiberlusconismo”.

    Più interessante sarebbe stata qualche anticipazione sulla legge di stabilità 2016. Ma ancor più uno sguardo autorevole oltre il cortile di casa. Per restare alla sola questione cinese: che cosa può fare l’Italia, secondo Matteo Renzi, per evitare che il brusco rallentamento di Pechino inneschi la temuta stagnazione secolare?

    Romano Prodi suggerisce una conferenza internazionale per evitare la guerra delle monete, una specie di nuova Bretton Woods. La banca centrale cinese propose a suo tempo un paniere di valute, tra cui ovviamente il renmimbi, l’euro e il dollaro, sul modello dei diritti speciali di prelievo per superare l’attuale sistema delle monete di riserva, centrate sulla divisa americana. Che cosa dice l’Italia all’Unione europea su tali partite?

    Più in generale, se la Cina resta export oriented e non riesce a far decollare come dovrebbe i consumi interni, perché i cinesi, impauriti da un futuro senza welfare, risparmiano troppo, che senso ha per l’Occidente tagliare la spesa sociale e privatizzarla a retribuzioni sostanzialmente ferme?

    Ottimo, e da sostenere con tutte le nostre forze, l’obiettivo del diritto d’asilo europeo. E’ un punto politico fortissimo. Purché, alla fine, ci chiariamo anche un altro punto: quanto spendono (ma sarebbe meglio dire: quanto investono) l’Italia e l’Europa per i migranti (soccorso, accoglienza, formazione, integrazione) e quanto sono disposte, certo dividendosi bene gli impegni, a mettere sul tavolo nei prossimi anni? Personalmente credo che si debba aumentare questa voce del bilancio Ue e dei bilanci pubblici dei Paesi membri, trovando il modo di far convergere sull’obiettivo anche fondi privati europei e dei fondi sovrani extraeuropei. Vogliamo parlarne?

    Nel resto dell’intervista il premier fa lo storytelling di sè stesso, assai meno del Pd, ma senza impegni precisi ne’ cifre. Significativa, a tal proposito, e’ la rivendicazione dell’Italia in ripresa come merito proprio. Vantare lo zero virgola positivo contro i dati negativi degli anni scorsi pare onestamente superficiale. Secondo il leader socialista spagnolo, Pedro Sanchez, metà della crescita del Pil del suo Paese, che è attorno al 3%, deriva dalle favorevoli condizioni esterne (tassi di interesse, prezzo del petrolio e delle materie prime, cambio dell’euro). Metà del 3% fa 1,5%. L’Italia sembra fare fatica a crescere dello 0,7%. E oggi le aziende solide, anche quelle con meno di 100 dipendenti, trovano il credito all’1%.

    Di quale ripresa stiamo parlando, dunque? Di una ripresa misurabile sul piano oggettivo delle quantità o di dati per così dire qualitativi, di semi di ripresa dalla fioritura ancora incerta? Buona la seconda, verrebbe da rispondere. Ma nel periodo nero 2008-2013, le condizioni globali favorevoli, che abbiamo citato e che sono state determinate dai mercati e dalla Bce e non dai governi nazionali europei, non esistevano.

    Pertanto, la questione non è stabilire tanto chi sia più bravo o più fortunato, se Renzi o Letta, ma partire dalla realtà, e non dalla propaganda, per ragionare sulle politiche. Vogliamo domandarci sul serio perché le misure del Governo – di questo e dei precedenti – hanno un’efficacia reale così limitata? Ed evito di polemizzare sui falsi dati sull’occupazione perché non si spara sulla Croce Rossa….

    Evidentemente, il cuore dell’esternazione riguarda la riforma costituzionale. Ma senza novità. Renzi dice che tirerà diritto e preme gentilmente sul presidente del Senato affinché, dimentico del diritto e della prassi, ben richiamati sabato da Michele Ainis sul “Corriere”, gli spiani la strada dichiarando inammissibili gli emendamenti sull’articolo 2 del ddl Boschi.

    Per amore di verità, va chiarito che gli argomenti per blindare la controriforma del Senato non corrispondo alla realtà. Non è vero che l’elezione diretta della Camera Alta comporti automaticamente il diritto-dovere di votare la fiducia al governo e di avere pari competenze con la Camera dei deputati nella legislazione, e che, dunque, comporti il ritorno al bicameralismo paritario. Il Senato, con competenze specifiche, è eletto direttamente dal popolo negli USA e, per gran parte dei suoi membri, in Spagna; in Francia è a elezione indiretta, ma da parte di oltre 150 mila grandi elettori.

    Ancor meno vera è l’insinuazione che chi vuole il Senato eletto dal popolo, e non dai consigli regionali, purtroppo in così largo numero sotto inchiesta giudiziaria, vuole fabbricare poltrone: le minoranze Dem hanno ripetutamente proposto di tagliare da 630 a 475, massimo a 500, il numero dei deputati; se il premier-segretario porta la maggioranza dei gruppi parlamentari del Pd su questa frontiera, sarà fatta: tagliamo sia alla Camera sia al Senato.

    Del resto, il Congresso Usa conta 400 deputati e legifera per 330 milioni di cittadini. Ma questo argomentare e contro argomentare è ormai trito e ritrito. E temo sia solo un esercizio verbale la previsione che sulle modalità di elezione del Senato “una soluzione si troverà” visto che il premier vorrebbe blindato l’articolo 2.

    La verità è che Renzi non ha alcuna voglia di confrontarsi sulla questione politica di fondo, che viene posta dalla concentrazione del potere nelle mani del capo del governo e dei capi delle aziende in un’epoca nella quale la tecnofinanza globalizzata disintermedia la politica e la stessa Corporate governance. Non ne ha voglia lui e non ne hanno voglia i suoi interlocutori sui media.

    Renzi, più semplicemente, vuole la conta e cerca di costruirsi una maggioranza di transfughi da Forza Italia e, forse, da Sel e M5S. Politica politicante contro una parte del Pd. La quale, anche questo va detto, non ha firmato alcun emendamento assieme alle opposizioni. E’ vero invece che su alcuni punti rilevanti si registra una convergenza tra le minoranze Dem e le opposizioni.

    Ma analoghe convergenze mi pare le ricerchi apertamente anche la maggioranza del Pd. Il fatto che abbiano un merito diverso non cambia nulla sul piano del metodo: in una materia quale quella costituzionale, dove statuti e regolamenti riconoscono la libertà di coscienza dei parlamentari, perché mai quanto è legittimo per uno diventa scandaloso per un altro?

    Sul piano delle politiche chi scrive e tutte le minoranze Dem si sentono assai lontani da Matteo Salvini e Beppe Grillo. Ma esistono anche altri piani, che dovrebbero avere un loro valore sul piano delle regole. Ecco, Salvini e Grillo non si portano sulle spalle le imputazioni e i rinvii a giudizio del bancarottiere Verdini. E pure Silvio Berlusconi, con tutti i suoi guai, non ha mai trascinato nel fango un’azienda, in particolare una banca cooperativa tradendo la fiducia di soci e clienti minuti. I fichetti della politica diranno che trattasi di paragoni ultronei. Ma che ci volete fare? Vengono dal cuore.

    Infine, si deve prendere atto che il premier non considera realistica una crisi di governo sul Senato e un conseguente scioglimento delle Camere. Perché, dice, il ddl Boschi avrà la maggioranza. Che altro poteva dire senza smentire i suoi che minacciano un giorno si’ e l’altro pure la fine anticipata della legislatura qualora il Senato restasse a elezione diretta? La verità è che Renzi non può confessare la verità, e cioè che mai presenterebbe le dimissioni da palazzo Chigi per le questioni del Senato e poi negherebbe la fiducia a qualsiasi altro governo, compreso un Renzi Bis, per costringere il Quirinale a sciogliere le Camere.

    Sono sicuro che un politico astuto come Renzi non rischierebbe l’osso del collo portando gli italiani a votare con il Consultellum, e cioè con il proporzionale, entrambe le Camere perché vuol negare loro il diritto di eleggere direttamente il Senato, ma credo pure che uno spin doctor assennato come Filippo Sensi, che ha tante volte ispirato la minaccia delle urne nelle cronache parlamentari, non gli consigliera’ mai di fare questo genere di outing nelle interviste.

  • EXOR, ECONOMIST e CORRIERE. L’acquisizione di una robusta maggioranza relativa del’ “Economist” da parte della Exor, la holding degli Agnelli, che sale al 43%, e’ stata salutata in modo positivo dagli ex direttori del settimanale londinese e da quello un carica. L’acquisto di azioni proprie fino al 20% del capitale da parte della società editrice completa in modo ordinato la fuoriuscita del “Financial Times”, che aveva il 50%, dall’azionariato. Lo statuto verrà modificato così da fissare un tetto del 20% all’esercizio dei diritti di voto e uno del 50% al possesso azionario.

    La nomina del direttore resta comunque subordinata al parere dei trustees. Insomma, la governance dell’ “Economist” e’ tale da proteggere l’indipendenza e quindi l’autorevolezza della testata, anche con un socio industrial-finanziario che avvicina il 50% del capitale.

    Naturalmente, bisognerà vedere meglio le carte alla fine dei giochi. Ma questo e’ quanto appare oggi e l’ampiezza dei consensi fa ritenere che il diavolo, questa volta, non si nasconda in qualche dettaglio. Tanto basta per porre una domanda: perché mai John Elkann non propone anche per il “Corriere della Sera” una governance analoga a quella dell’ “Economist”?

    Se lo facesse, eviterebbe di far considerare FCA come l’unico gruppo automobilistico occidentale che controlla o partecipa al controllo di due dei principali quotidiani del proprio Paese. Se lo facesse, FCA avrebbe nell’editoria in patria quel profilo meramente finanziario che mostra di voler avere Exor all’estero.