Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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  • Non mi aggiungo al rito dell’applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l’esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

    La delusione riguarda la mancata presa di posizione sulla legge per la concorrenza che la Camera sembra prepararsi a far morire per impedire al governo di farne una nuova con lo strumento del decreto legge. Perché lasciar solo Calenda con il rischio che il Paese vada con il ministro e la leadership confindustriale resti isolata?

    Una tale debolezza – prima sfida evitata – comporta anche l’afasia dimostrata sul ruolo sempre più invasivo dei nuovi monopoli della rete, i cosiddetti Over the top, e sulle distorsioni della concorrenza che le varie Google, Amazon, Apple, Facebook, Booking determinano sul piano fiscale e sull’uso delle informazioni anche qui, in Italia. Di nuovo, perché lasciar solo Calenda e quanti si spendono su questo fronte?

    Seconda sfida evitata. Giusta l’enfasi posta da Boccia sui campioni europei, citando gli esempi delle acquisizioni di Fincantieri e Atlantia. Ma sarebbe stato più penetrante rilevare come investimenti di quel tipo li facciano le aziende pubbliche o le private che vivono di tariffe. E le altre? Forse sarebbe stata utile una riflessione su una ex associata, la Fiat, che trasferisce la sede legale in Olanda dove vige il voto maggiorato. Si può criticare la Fiat sul piano dell’etica civile o, meglio, si può chiedere l’allineamento della legge italiana a quella olandese. Tacere mi pare troppo poco.

    Terza sfida. Azzerare il cuneo fiscale per tre anni per i giovani va bene. Ma la proposta sarebbe più forte se si fossero spese due parole sulla copertura finanziaria. La coperta è corta. O i bonus o il resto.

    Quarta sfida. Il Sole 24 Ore. L’editore Confindustria si è rivelato forse il peggiore degli ultimi 15 anni. Ma da Boccia non una parola ne’ sul passato ne’ sulle soluzioni che ora si cerca di perseguire. La Confindustria si ripropone come corpo intermedio. E fa bene. Ma un soggetto politico e’ tanto più credibile quanto più fa bene nelle proprie intraprese. Non sarebbe il momento di privatizzare il Sole 24 Ore? Esistono opportunità, lontane dai circoli di potere ma forti e pulite, capaci di lanciare il giornale nel business dei big data, di fare fusioni e acquisizioni. Ma non vengono perseguite per conservare uno strumento di pressione sul governo restando, peraltro, sotto il tallone delle banche finanziatrici. E questo è un male, perché una simile impostazione conservatrice tende a declassare un grande giornale al livello del foglio di propaganda e al tempo stesso, data la debolezza politica della stessa Confindustria, lo riduce a strumento di una propaganda non incisiva. Fino a quando potrà reggere l’impegno, non di rado coraggioso, della redazione?

  • RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l’avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l’ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l’atroce padre. Di questi tempi, l’Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest’uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e’ titolare.

    Calenda sembrava una creatura di Renzi, ma ora il leader del Pd teme che il figlioccio possa prendere il suo posto, e dunque se lo vorrebbe mangiare subito. Ecco allora i ministri di più stretta osservanza renziana impegnati a evitare che Calenda possa intestarsi un provvedimento importante. Eccoli mettere i bastoni tra le ruote del ddl Concorrenza resistendo fino all’ultimo all’apposizione della fiducia e ora bloccando l’emendamento anti scorrerie che il MISE ha ripreso dalla normativa francese. L’argomento usato contro l’anti scorrerie suona falso.

    Non è vero che si tratta di un favore a Berlusconi: la norma è formulata in modo tale da non avere effetti retroattivi sulla scalata di Bollore’ a Mediaset. È vero invece che l’anti scorrerie aiuta a mettere al riparo i grandi gruppi quotati in Borsa da cambi del controllo sotto la soglia dell’Opa obbligatoria, fatti attraverso acquisizioni opache di titoli.

    Colpisce che Renzi non si preoccupi del fatto che l’Italia sia ormai diventata terreno di caccia di multinazionali e non cerchi di avere un progetto per coniugare al meglio i capitali di origine domestica e di origine internazionale. Ma all’ex premier sta a cuore soltanto il suo potere personale. Sospetta che Calenda possa brillare di luce propria e allora cerca di azzopparlo: prima, fa scrivere di inesistenti accordi con Berlusconi a cronisti poco interessati a verificare dritte che credono scoop; poi, declassano una norma di buon senso a mero favore ad personam elargito, come se non bastasse, a un avversario politico. Una seconda bugia, infamante, per sostenere la prima, costruita a tavolino. Disinformazione in puro stile stalinista per soddisfare il complesso di Crono.

  • TRUMP, LA VESPA, LA JEEP E LA WEB TAX. Ma dove vuole arrivare Donald Trump, campione dei populisti delle due sponde dell’Atlantico? E’ un Grillo Wasp o ragiona? Mette i dazi sulle importazioni dall’Europa e non – non ancora almeno – su quelle dalla Cina. Fornisce una sponda al protezionismo rozzo dei Le Pen e dei Salvini sebbene questi siano tributari di quella Russia che, ora, anche il presidente USA comincia a prendere con le molle. Recupera il carbone, trivella il trivellabile e oltre. Capisco voler rottamare il predecessore. Capita anche qui, ancorchè non ci sia di mezzo l’ambiente ma solo una vecchia leadership. E tuttavia, diversamente dall’Italia la cui influenza nel mondo è piccola, gli USA condizionano il pianeta e queste loro scelte rischiano di avere effetti sistemici globali sul commercio e, in ultima analisi, sulle basi economiche della convivenza fra i popoli e gli Stati.

    Mi chiedo: Trump tassa la Vespa, ok, ma le Jeep o le Alfa prodotte in Italia per il mercato USA, tasserà anche queste? Oppure basta aprire uno stabilimento negli USA, come fa Marchionne, e sei salvo? Se così fosse, e non sarebbe troppo strano, come si coniuga questo neo protezionismo Made in Usa con la rivoluzione dell’industria 4.0 che riconnette in capo alle grandi imprese le filiere produttive di fatto o potenzialmente sparse nel mondo e che vede all’avanguardia proprio gli USA (e la Germania)? Trump va certo contrastato con tutte le armi utili allo scopo di salvare il commercio mondiale. Evitando, se possibile, di cadere in una guerra di posizione tra USA e Unione Europea. Se possibile, ripeto. Ma per contrastarlo sul piano strategico Trump va anche capito perché ha alle spalle un mondo finanziario e militare che ragiona.

    Nel mentre, l’Italia aiuti la UE a tirarsi su i calzoni. A cominciare dalla salvaguardia della par condicio fiscale nella concorrenza imponendo almeno la normale tassazione dei redditi derivanti da quello che l’Ufficio parlamentare del Bilancio chiama il fatturato geografico, ovvero dai ricavi effettuati nei diversi Paesi europei e fatturati dall’Irlanda o dal Lussemburgo da parte delle varie Google, Apple, Facebook, Amazon, Booking, Uber. In Senato stiamo esaminando un ddl in materia. Renzi dice che la vorrebbe anche lui, la Web Tax, ma che la si deve fare solo a livello europeo, meglio all’Ocse. Il governo colga il buono che c’e’ anche in Renzi (la voglio anch’io, la Web Tax) e getti il cuore e il cervello oltre l’ostacolo della paura dell’ex premier (l’Italia non può fare nulla da sola). Aiuti a migliorare la proposta. Ogni lunga marcia comincia con un piccolo passo. E la Web Tax non sarebbe nemmeno una ritorsione, dato che se ne parla da anni.

  • LE NAVI, LA FRANCIA, LA UE E NOI. Ieri sera l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, è stato ascoltato dalla Commissione Industria del Senato nel quadro dell’indagine sui risultati delle società controllate dallo Stato in vista delle nomine. Nell’occasione, Bono ha fatto il punto sui negoziati per l’acquisizione del controllo di STX France, che controlla i Chantiers de l’Atlantique: ” Siamo ormai in stallo”, ha detto. E’ una situazione inaccettabile. Che può essere superata solo con un ulteriore impegno del Governo italiano sia nei rapporti con quello francese, che detiene un terzo del capitale dei Chantiers, e dunque la minoranza di blocco, sia verso la Commissione UE. L’Italia ha aperto le porte agli investimenti delle imprese francesi. Anche troppo. Va detto senza mezzi termini che l’azionista pubblico francese non può impedire in modo obliquo al concorrente italiano di acquisire la maggioranza dell’azienda di Saint Nazaire da una società coreana in fallimento.

    Se in Francia si forma un soggetto capace di formulare un’offerta migliore di quella italiana senza aiuti di Stato, amen. Certe iniziative in extremis sono sempre dubbie, ma se esistono investitori veri ne prenderemo atto. Non può essere subita, invece, una “resistenza” opaca dagli effetti perversi. Fermare con l’intervento della politica un accordo già fatto come quello tra i coreani e Fincantieri indebolisce i Chantiers nel negoziato con il gruppo Aponte per due navi da crociera più l’opzione per altre due. Si tratta di una fornitura cruciale al fine di saturare la capacità produttiva dei cantieri francesi altrimenti soffocati dai costi fissi. D’altra parte, per il gruppo Aponte trattare con una Fincantieri che avesse integrato i Chantiers è più difficile che trattare con i Chantiers abbandonati a sè stessi. E’ questo un passaggio delicato.

    Non vorremmo che il governo di Parigi, utilizzando la sua posizione nell’azionariato, spingesse l’azienda ad accettare la commessa a prezzi stracciati. È evidente che, in tal modo, un’operazione commerciale in apparenza fisiologica si trasformerebbe in una pillola avvelenata che costringerebbe Fincantieri a ritirarsi per non compromettere i suoi equilibri. Ma una tale “pillola” comporterebbe nuove forme di sostegno pubblico ai conti dei Chantiers per turare le falle di una commessa in perdita. Tali sostegni sarebbero contestabili quali aiuti di Stato. Ma perché dover arrivare per forza a questi pubblici contrasti?

    Il governo e gli enti locali francesi dovrebbero considerare i vantaggi di una collaborazione strutturale con Fincantieri che potrebbe essere utilmente estesa ai cantieri militari della Dcns. Il sindaco di Saint Nazaire, in particolare, dovrebbe considerare l’attenzione al sociale tipica di Fincantieri che è riuscita a tenere in vita tutti i cantieri italiani. Ma alla fine l’Italia e la Francia dovranno pur chiedersi perché nel 2006 l’Alstom ha potuto vendere senza problemi  la maggioranza dei Chantiers alla norvegese Aker Yards e nulla il governo di Parigi ha eccepito quando Aker Yards è passata ai coreani della STX, poi falliti. E ora fa quello che fa a una azienda italiana, quotata in Borsa e con i conti in ordine?

    P.S. Il gruppo Aponte, di origine sorrentina, è un grande gruppo multinazionale che a suo tempo trasferì il proprio quartiere generale a Ginevra. Credo che il Governo italiano dovrebbe studiare tutte le strade praticabili per convincere questa grande impresa italiana a rimpatriare.

  • OTTIMO CALENDA. L’appello del ministro dello Sviluppo Economico a utilizzare l’anno residuo della legislatura per mettere in sicurezza il Paese va accolto senza se e senza ma. Calenda e’ in linea con il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. E’ stato equilibrato nel linguaggio e saggio nel contenuto. Rappresenta una risorsa del Paese. Mi auguro, come lui, che Renzi riveda la sua fissazione per il voto ad aprile o a giugno.

    Ma sono meno disposto di lui a riconoscere grandi meriti ai cosiddetti “mille giorni” e, soprattutto, sono meno ottimista di lui sul possibile ripensamento dell’ex premier. Temo che l’obiettivo di Renzi sia ormai quello di votare al più presto per salvare una sua posizione di potere, anche all’opposizione, declassando il Pd a bottega fiorentina sulla base della considerazione che tra dodici mesi, lui, Renzi, politico in declino senza un mestiere che non sia la politica, sarà più debole di oggi.

    Non importa se la corsa al voto, che sta cercando di lanciare, sia destinata a congelare l’azione di governo mentre la ripresa dell’economia appare ancora debolissima. Già si vede lo stallo, per esempio, dal continuo rinvio dell’approvazione della legge sulla concorrenza in Senato, fatta slittare senza un vero impegno alla fine di febbraio. Alcuni deputati renziani lo confessano apertamente: “Siamo in campagna elettorale e non dobbiamo scontentare nessuno”. Ma come, siamo in campagna elettorale? Già adesso?

    De Gasperi diceva che gli statisti pensano alle future generazioni, i politici alle prossime elezioni. Senza volare così alto, basti ricordare che far digerire il decreto salvarisparmio alla Commissione Ue non sarà una passeggiata di salute per un governo delegittimato dal socio di maggioranza. Darle concreta attuazione nelle aziende di credito e sui mercati sarà ancora più difficile. Generare incertezza favorisce le manovre, di origine estera ma anche italiana, sui grandi gruppi industriali, finanziari e assicurativi senza alcun riguardo all’interesse nazionale. Basti vedere il caso Generali, le nomine nelle imprese pubbliche, la prossima legge di bilancio.

    Sentire il segretario del Pd che, davanti a queste e altre sfide, chiede l’anticipo del voto per non dare il vitalizio ai parlamentari fa cadere le braccia. Anche perché il vitalizio è stato abolito da anni e sostituito con una pensione calcolata con il metodo contributivo. Se il Pd la vuole cancellare, e io non avrei nulla in contrario, pur ritenendo la cosa irrilevante, perché non ha mai presentato una proposta formale a tal fine? Perché vuole “colpire” i parlamentari in carica lasciando in piedi la norma per quelli che verranno, e cioè per lui medesimo, fra gli altri? Mah.

    Alle volte mi vengono in mente cose, come direbbe Woody Allen, sulle quali non sono affatto d’accordo. Alcune mi vengono in mente perché le avevo sento dire nelle scorse settimane, come quella di Renzi che avrebbe fretta di essere eletto in Parlamento per avere l’immunità. Non ci credo e, in ogni caso, non sono giustizialista.

    Uno degli errori più gravi degli ex comunisti è stato quello di illudersi di sconfiggere Berlusconi per via giudiziaria. Ma condivido le preoccupazioni sempre più diffuse sui mercati – su quelli finanziari come su quelli rionali – che altri mesi di campagna elettorale, di seguito all’interminabile campagna referendaria, facciano marcire i problemi e danneggino i poveri cristi a reddito fisso e senza reddito, i professionisti, gli imprenditori, non certo gli speculatori finanziari che sull’incertezza hanno sempre guadagnato, per consegnare infine l’egemonia, se non proprio il governo, al campo politico anti europeo formato da M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Perché, signor Renzi, non ha senso inseguire il populismo. Se questo fai, vince l’originale, non la copia furbesca.

  • IL TEMINO DI FEDERICA. Era da tempo che l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la sicurezza non prendeva la parola sulla stampa italiana. L’ha fatto oggi con una lettera al “Corriere” per annunciare il suo Si’ al referendum. E che cosa ha scritto Federica Mogherini?

    Ci saremmo aspettati che chiarisse, dato il suo incarico, come funzionano gli articoli della riforma costituzionale secondo i quali il Senato conserva gli stessi poteri della Camera nella formazione e attuazione delle decisioni europee (art. 55), sulla legge che regola le modalità di tale partecipazione dell’Italia alle attività dell’Unione europea, e cioè la legge Moavero del 2012 (art. 70) e nella ratifica dei Trattati, e ovviamente delle loro modificazioni (art. 80). Ce lo saremmo aspettati perché le competenze europee assegnate al nuovo Senato rischiano di generare un corto circuito con la Camera, posto che la prima camera verrà eletta tutta nello stesso giorno e può essere chiamata a esprimere il voto di fiducia mentre il nuovo Senato verrà eletto a tappe, e dunque con maggioranze potenzialmente variabili e diverse e non potrà essere chiamato alla disciplina di coalizione non esprimendo più il voto di fiducia.

    Per l’occasione, ci saremmo aspettati che Mogherini difendesse questo nuovo assetto istituzionale ponendolo in relazione con la politica estera della UE su alcune questioni esemplari. Per esemplificare cito i rapporti con la Russia (le sanzioni, l’Ucraina, la Crimea, ma anche la Siria) e quelli con gli USA (il Ttip di per se’ e in relazione ai trattati eurasiatici, il Medio Oriente e il Nord Africa, la nuova Nato e la sicurezza europea). E invece Federica Mogherini ha svolto il solito temino sulle riforme che non si sono mai fatte e che ora invece…

    Ma dai, Fede… Hai mai sentito parlare del servizio sanitario nazionale, dello Statuto dei diritti dei lavoratori, della liberalizzazione degli accessi all’università, dell’estensione del l’obbligo scolastico, dell’edilizia economico popolare, della riforma urbanistica, del divorzio, dell’aborto, dell’obiezione di coscienza, del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, di Maastricht, delle liberalizzazioni che si avviarono sotto Prodi e oggi, dopo tante Leopolde, sono ferme?

    Capisco la gratitudine per il governo al quale devi la poltrona, ma c’è modo e modo. La prossima volta non imitare Nicodemo e sii te stessa.

  • EVASIONE FISCALE: APPLE, LA UE E NOI. La Commissione UE ordina all’Irlanda di recuperare imposte evase da Apple tra il 2003 e il 2013 per 13 miliardi più gli interessi. L’evasione è stata resa possibile dai tax ruling di comodo che Dublino aveva rilasciato in violazione delle regole europee sulla concorrenza e sugli aiuti di stato. L’Irlanda, avverte la commissaria Vestager, dovrà recuperare meno qualora altri governi reclamino la loro parte del maltolto, dato che dall’Irlanda Apple fatturava vendite avvenute in realtà e in grandissima parte negli altri Paesi dell’Unione europea.

    A questo punto, ci si augura che il governo rompa gli indugi ed esiga il pagamento delle imposte evase in Italia non solo da Apple ma anche da Google e da altri colossi del web, per esempio da Amazon e Mc Donald che restano sotto inchiesta della Commissione UE per i tax ruling ottenuti dal Lussemburgo. Il governo potrebbe contare sulle inchieste della procura della repubblica di Milano su Apple, Google e Amazon.

    Certo, se avesse accolto l’emendamento sulla web tax che avevo proposto al ddl Concorrenza, oggi il governo sarebbe più forte. Personalmente, resto in attesa delle motivazioni in base alle quali il Ministero dell’Economia costrinse la Commissione Bilancio a bloccare quell’emendamento per mancanza di copertura, argomento incredibile considerando che un’imposta comporta entrate e non uscite. Palazzo Chigi aveva pure istituito una commissione di studio sulla materia, ma se ne sono perse le tracce. E tuttavia, siamo ancora in tempo per rimediare. C’è una legge di stabilità che bussa alle porte.

    E alla quale intendo contribuire presentando, alla riapertura del Senato, un ddl sulla web tax. E’ più importante è redditizio far osservare la par condicio fiscale che elemosinare la carità di piccoli investimenti e qualche photo opportunity con Tim Cook  o Marc Zuckerberg. I quali, pagate le imposte, investiranno comunque.

  • CONFLITTI IN CAMPIDOGLIO. Colpisce la superficialità politica e amministrativa con la quale il neo assessore del Comune di Roma, Marcello Minenna, cerca di risolvere il conflitto di interessi che grava su di lui in quanto dirigente CONSOB e azionista di riferimento dell’Acea, società quotata che emette azioni e obbligazioni negoziate in Borsa. Non basta rinunciare al compenso del Campidoglio per mantenere incarico e, ovviamente, stipendio in CONSOB. È questo un punto da considerare certo, ma del tutto minore. I punti politici veri sono altri due.

    Il primo riguarda il rapporto tra le pubbliche amministrazioni. Il Sindaco di Roma ha chiesto alla Commissione di controllo sulla Borsa l’autorizzazione ad assegnare l’incarico assessorile a Minenna che da quella pubblica amministrazione dipende? Ritiene il Sindaco che al Comune di Roma basti un assessore a mezzo servizio per gestire bilancio, patrimonio e partecipazioni societarie? Ritiene il collegio della CONSOB che l’Ufficio analisi quantitative e innovazione finanziaria possa a sua volta essere diretto da una persona a mezzo servizio quando questa stessa persona finora vi si è dedicata a tempo pieno?

    Secondo punto politico: ritiene la CONSOB che possa continuare a reggere un ufficio, che collabora in vario modo alla vigilanza sui titoli e sui loro emittenti, una persona che assume un ruolo così rilevante in uno o più soggetti vigilati? E non ritiene lo stesso sindaco di Roma, per coerenza con le posizioni radicali del M5S in tema di conflitti d’interesse, di dover porre rimedio a questa situazione di palese, sostanziale conflitto evitando il latinorum degli Azzeccagarbugli di chi considera questo ufficio della CONSOB slegato dal rapporto della Commissione con i vigilati?

    Ricordo al Campidoglio, alla CONSOB e al ministero dell’Economia, che ho chiamato a rispondere al più presto in Senato, che i commissari e i dirigenti della CONSOB non possono prendere incarichi professionali in soggetti vigilati per due anni dopo la cessazione del mandato o del servizio presso la Commissione. Si può discutere se questa norma, ottima in linea di principio, non abbia poi l’effetto di ridurre la possibilità di assumere le persone di più alta qualità per taluni incarichi pubblici, ma ora la norma c’è e va rispettata. Nella lettera e nella sostanza.

  • L’UNITÀ E IL SUO EDITORE. Erasmo D’Angelis, direttore de “l’Unita’, ha giustificato il rifiuto di pubblicare una mia lettera aperta al sottosegretario Lotti sulla riforma del credito cooperativo, verificata nel caso specifico della Bcc di Cambiano, paventando improbabili querele da parte di Lotti e della banca toscana e infine adducendo, più credibilmente, la posizione dell’editore. Ovviamente nessuno può pretendere il diritto di pubblicazione a prescindere.

    I giornali non sono buche delle lettere. Sul “Corriere” di De Bortoli potevo criticare la Fiat in prima pagina. Sull’ “Unità” … In ogni caso, dei si’ e dei no direttore ed editore si assumono la piena responsabilità. E dunque, ribadita la legittimità delle scelte della direzione di pubblicare o meno, resta la libertà di ciascuno di giudicare nel merito. Un direttore che cestina un testo sciatto, impreciso, poco interessante o, effettivamente, foriero di guai giudiziari avrà l’applauso. Un direttore che tiene a bada collaboratori o presunti tali che vorrebbero solo tromboneggiare, avrà un doppio applauso. Un applauso che sarà triplo che metterà la sordina ai laudatores. Viceversa, potrà essere criticato. Un editore, che per la direzione stabilisce certi binari anziché altri, esercita i suoi diritti, che derivano dal capitale investito, ma non può sfuggire, nemmeno lui, al giudizio di merito.

    Il piccolo caso che mi riguarda apre la questione di chi sia e di che cosa voglia l’editore dell’ “Unità”. È il Pd l’editore reale, pur essendo socio di minoranza, o l’imprenditore Pessina, che paga buona parte del conto? E se è il Pd, che cosa ha in cambio Pessina per il suo investimento, posto che non ha né avrà dividendi ed è probabile che non possa rivendere la sua partecipazione con profitto? Ma se invece l’editore reale corrispondesse al socio di maggioranza nominale, e cioè se l’editore reale fosse Pessina, non avrebbe niente da dire il Pd di fronte a certe censure?

    Questo piccolo caso ripropone la questione di che cosa debba essere un giornale di partito o di area nel 2016. Pura propaganda? Sfogatoio per politici di seconda fila che non hanno accesso ai media principali? Luogo per la critica, purché questa morda con le gengive? O, come pure è stata a lungo, palestra delle idee scomode e delle analisi controcorrente, una volta preso atto che la redazione non è in grado, certo non per colpa dei redattori ma per la modestia professionale del progetto editoriale, di fare grandi inchieste e scoprire notizie rilevanti, tenute nascoste dai poteri economici e politici, come si dovrebbe fare nei giornali di informazione e come pure, talvolta, faceva “l’Unita” quando ancora era una scuola di giornalismo apprezzata dall’editoria in genere? Domande retoriche. Purtroppo, si dovrebbe dare risposta positiva alla prima, alla seconda e alla terza, negativa alla quarta. Come sarebbe bello se i gruppi parlamentari del Pd, che finanziano partito e giornale ne parlassero un po’….

  • FEDERICA GUIDI E IL PD. Tempa rossa humanum, Enel diabolicum. Il caso di Federica Guidi fa emergere il problema di come la politica italiana si regola sui conflitti di interesse, sulla politica industriale e sulla politica della concorrenza. Un “come” deludente, a dir poco.

    Gli impianti per sfruttare il giacimento petrolifero lucano comportano un investimento di 1,6 miliardi. Uno dei maggiori in atto in Italia da parte di soggetti esteri, il pool guidato da Total. Un investimento che allarga la base produttiva e migliora l’autonomia energetica del Paese, ancorché da sola non basti certo a garantirla. Non è la solita acquisizione di imprese già esistenti. Dunque, un’operazione da difendere, nonostante la telefonata galeotta di Federica Guidi. Quella telefonata ha comportato un prezzo che Guidi ha doverosamente pagato.

    Gliene va dato atto. Non è da tutti ne’ da tutte. Onore delle armi. Ma non possiamo far finta di non vedere il conflitto di interessi ben maggiore che è recentemente emerso nell’azione di governo dell’ex ministra e che coinvolge la maggioranza. Nel ddl Concorrenza si prevede il superamento del servizio in maggior tutela nell’ambito del mercato elettrico, già liberalizzato nel 2007, in modo tale da favorire l’Enel e danneggiare i consumatori.

    La Ducati Energia, azienda bolognese che appartiene alla famiglia Guidi, e’ fornitrice dell’Enel. Lo impariamo dallo stesso sito internet dell’azienda. È stato finora inutile ogni tentativo di convincere il ministero e la maggioranza a correggere la distorsione della concorrenza insita nel suo modo di superare la maggior tutela. Nel frattempo, noto che, quando si trova davanti a un’intercettazione telefonica, il governo trema e scatta, mentre non vede nulla, diciamo così, quando deve ragionare e decidere da solo, senza il pungolo dei magistrati.

    Se la telefonata per l’emendamento sblocca Tempa Rossa può essere umanamente capita e perdonata, non politicamente, ma confermare questo favore all’Enel (le cui iniziative su altri fronti come le telecomunicazioni vanno peraltro viste con apertura) sarebbe diabolico. Non ho perso la speranza di raddrizzare il ddl concorrenza. E, lo dico adesso, non vorrei mai dover scoprire alcunché su talune banche di credito cooperativo.