LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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  • LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti. L’obiettivo politico generale è quello di dare subito al governo un argomento importante da far valere nei negoziati europei. E di varare poi un decreto che dia il senso della politica della concorrenza del governo Gentiloni. Personalmente ho dato fiducia al ministro Calenda che si è impegnato a varare al più presto un tale decreto nel quale riprendere la questione assicurando tre punti a vantaggio della concorrenza tra le imprese e dei consumatori: a) redistribuire i 23-24 milioni di clienti dell’Acquirente unico, serviti in regime di maggior tutela dall’Enel all’85%, attraverso aste competitive tra aziende qualificate; b) stabilire un limite antitrust del 50%; c) organizzare le aste in modo tale da far emergere proposte cost oriented. Gli emendamenti proposti da alcuni colleghi della Camera toccano diversi aspetti, alcuni dei quali meritevoli di considerazione. Osservo che almeno uno di questi emendamenti è stato scritto dall’Enel e ripreso tal quale. Pur cogliendo una possibile difficoltà relativa ai clienti che non abbiano scelto un fornitore al momento della fine della maggior tutela, l’Enel ben si guarda anche solo dall’accennare a una soluzione in positivo e a limiti antitrust nell’acquisizione automatica dei clienti dell’Acquirente unico da parte dei soggetti oggi incaricati della vendita in maggior tutela. Dunque, chapeau al servizio relazioni istituzionali dell’ex monopolio elettrico che mira a consolidare una posizione dominante nel grande segmento di mercato dove tuttora ce l’ha. Meno ai deputati che rallentano il provvedimento con iniziative a metà per evitare un decreto Calenda che risolva in tempo utile e completo il problema, magari in modo non gradito dalla prima impresa del settore. Capisco i deputati di opposizione. Meno quelli del Pd.

  • DENTRO IL PD SENZA CONTARE SUGLI INCIDENTI PARLAMENTARI. Dunque, la legge elettorale è già morta? Vedremo che cosa dirà la segreteria del Pd oggi pomeriggio. Nel frattempo, due parole sulle minoranze dello stesso Pd. Mi sia consentito di partire da un fatto personale. In questi giorni viene fatta circolare l’indiscrezione secondo la quale mi accingerei a uscire dal partito. Qualche giornale l’ha ripresa senza verificarla. “Il Foglio”, in particolare, scrive che nell’incontro delle minoranze di martedì 6 giugno avrei minacciato l’abbandono se la maggioranza renziana avesse insistito su questa legge elettorale e sull’anticipo delle elezioni.
    L’indiscrezione non è vera.

    Per due ragioni. La prima è che non posso uscire da un partito del quale non ho mai avuto la tessera. Alla fine del 2012, l’allora segretario, Pierluigi Bersani, mi chiese di fare il capolista per il Senato in Lombardia senza pretendere iscrizioni. Secondo il direttore Ferruccio de Bortoli, lasciare il “Corriere” costituiva un errore. Lo ha ricordato anche nel suo libro “Poteri (quasi) forti”. Ma la ragione che mi spingeva ad accettare la richiesta del Pd era ed è più forte: rendere un servizio al Paese, mettendo a disposizione del principale partito di governo, in regime di libertà, idee, spunti e proposte che avevo elaborato in piena autonomia da giornalista. L’esperienza di palazzo Madama ha dimostrato che si può essere un nominato e non un soldatino.

    Con questo stesso spirito, e in forza di statuti, regolamenti e prassi che in tali materie riconoscono libertà di coscienza, martedì 6 ho preannunciato un voto negativo sulla legge elettorale. Preannunciare il voto è un atto di battaglia politica dentro il gruppo parlamentare del Pd, nel quale sono rimasto quando altri colleghi hanno costituito Mdp. E questa è la seconda ragione per cui l’indiscrezione non è vera.

    Se fosse ancora con noi, l’immortale Boskov direbbe: “Le partite finiscono quando arbitro fischia”. E ci sono almeno cinque motivi per restare in trincea su posizioni che hanno il consenso di corpi intermedi come Confindustria e sindacati. Eccole: 1) questo ddl elettorale indebolisce la possibilità di dare un governo al Paese; 2) abbassa il grado di rappresentatività del complesso degli eletti: la presenza di nominati non è una bestemmia, ma lo diventa se è troppo larga e militarizzata; 3) disegnando i collegi già nel ddl, si prefigura l’anticipo delle elezioni con l’effetto di licenziare il terzo governo a guida Pd a opera dello stesso Pd, il che è tragico ma non serio; 4) l’anticipo delle elezioni, la prospettiva dell’esercizio provvisorio e l’alternativa finale tra un governo a trazione grillina e un compromesso assai poco storico tra Pd e Forza Italia aumentano l’incertezza e allarmano i mercati, mettendo a rischio il debito pubblico, e dunque il risparmio; 5) l’obiettivo di un governo di legislatura Pd-Forza Italia – cosa diversa da una coalizione d’emergenza e provvisoria, eventualmente necessitata dall’esito elettorale quale fu il Letta Uno – cancella il futuro della sinistra e annulla ogni possibilità di un governo di centro-sinistra.

    Le correzioni di dettaglio al ddl elettorale sono sempre benvenute, ma non superano le cinque difficoltà che ho indicato. Mi auguro che le minoranze sappiano pesare i rischi politici generali e si dimostrino conseguenti opponendosi in modo chiaro, fuori dal politichese, al mercato in corso tra Renzi e Berlusconi, senza delegare a incidenti parlamentari, come quello di stamane, la soluzione del problema. Se così non fosse, se si accontentassero di un piatto di lenticchie, sancirebbero la loro irrilevanza. Allinearsi al peraltro traballante accordo tra i quattro leader perché rappresenterebbero l’80% del Parlamento mi pare un argomento debole: se i rischi per il Paese sono quelli, non si può avere meno determinazione di quella che portò 15 docenti universitari a rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo mentre 1200 colleghi chinavano il capo. Oggi non si rischia la dittatura ma un regimetto conformista, che tuttavia basta a portare l’Italia alla deriva. Dire di no non fa perdere la cattedra, ma al massimo la benevolenza del capo.

  • GLI IRRESPONSABILI E Il QUIRINALE. Ci risiamo. La Germania esercita un’attrazione fatale sui furbetti del quartierino della politica italiana. I quali nulla imparano dal modello tedesco qual è nella realtà, ma lo citano – riducendolo a mero aggettivo – per nobilitare pasticci in salsa tricolore. Fu così con la riforma costituzionale. Ricordate? Si diceva, mentendo, che il nuovo Senato equivalesse al Bundesrat. E ora si qualifica come aderente al modello tedesco una legge elettorale che di quella formula non ha nulla se non la soglia del 5% per avere accesso al Parlamento. Il fatto che su una simile, bislacca soluzione possano convergere Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini non rende vero quel che vero non è. Il Pd aveva scelto un Mattarelllum rivisitato. Non era il massimo, ma poteva andare perché avrebbe garantito una migliore rappresentatività senza troppo intaccare la governabilità. Renzi ha cambiato idea, senza ascoltare mai i gruppi parlamentari che, forse, una qualche esperienza l’avranno pur maturata. E l’ha cambiata per avere le elezioni anticipate prima che il governo Gentiloni possa proporre al Parlamento la legge di bilancio 2018. Questo scambio è censurabile sotto quattro profili.

    Il primo profilo è quello economico.
    I mercati non capiranno perché quello strano Paese chiamato Italia anticipi le elezioni con l’effetto di non rispettare le scadenze e andare in esercizio provvisorio in un’epoca in cui i tassi di interesse sono destinati ad aumentare, ponendo gradualmente fine al privilegio goduto (ma non sfruttato) di avere un costo basso per un debito pubblico alto. L’incertezza subirà un’impennata. Il commissario europeo Moscovici sfoggia ottimismo. Ma che altro potrebbe fare? L’Italia rischia di diventare teatro di una speculazione finanziaria al ribasso per la gioia degli hedge fund che scommetteranno contro banche e assicurazioni piene di titoli di Stato destinati a svalutarsi e dunque bisognose di nuovi aumenti di capitale. È già accaduto nel 2011. Ma allora, di fronte a una crisi generalizzata, la Bce poteva mettere in campo lo scudo del quantitative easing. Oggi, secondo Draghi, l’Europa è ormai in ripresa. Questo vuol dire che nel 2018 lo scudo potrebbe essere ritirato.

    Il secondo profilo riguarda l’azione di governo.
    Fermare l’azione di Gentiloni, già indebolita dal freno del Pd sulle più importanti riforme, dalla Concorrenza al Catasto alla Giustizia, e anticipare la fine della legislatura accentuerà la deriva demagogica dei partiti. La campagna elettorale non offre il contesto migliore per accordarsi su come disinnescare le clausole di salvaguardia, e cioè l’aumento dell’Iva, e rilanciare lo sviluppo, dopo tante false partenze. In campagna elettorale i partiti prometteranno la luna, disegneranno ciascuno una legge di bilancio mirabolante. E i mercati, di nuovo, prenderanno paura. Dovremo solo sperare che gli stessi mercati non credano a una parola dei partiti e pensino che, poi, il nuovo governo farà la solita manovra lacrime e sangue. I cittadini si sentiranno presi in giro. Ma nei cinque anni successivi, dirà il nuovo governo, avranno modo di ricredersi. Naturalmente, gli stessi cittadini dovranno dimenticare anche le promesse di una riforma al mese a suo tempo ascoltate.

    Il terzo profilo riguarda la politica.
    Per come si prospetta, la legge elettorale “tedesca” probabilmente non garantirà una maggioranza stabile, anche nel caso di un’alleanza tra Pd a trazione renziana e Forza Italia. Certo, una legge elettorale va verificata nei dettagli, articolo per articolo. Fidarsi dei foglietti di carta con quattro scarabocchi non funziona. Specialmente con Renzi. E Gianni Cuperlo potrebbe fare da testimonial dello scetticismo d’obbligo. Un’alleanza Pd-Forza Italia non può essere paragonata alla Grande Coalizione tedesca. Non lo permettono i numeri. La convergenza emergenziale degli opposti ha un senso nazionale se mette assieme i due terzi del Parlamento, non il 51%. In quest’ultimo caso, verrebbe percepita come l’arrocco di un ceto politico perdente di fronte alla protesta che monta dal Paese reale. Un arrocco destinato a franare al primo intoppo, con quel che segue.

    Il quarto profilo è istituzionale.
    Lo scioglimento delle Camere è responsabilità del Presidente della Repubblica. Non è una decisione che possa essere presa in camera caritatis da Renzi e Gentiloni, come sostiene il capogruppo Pd alla Camera. Il Quirinale non può non tenere conto dell’orientamento dei principali partiti. Ma al tempo stesso potrebbe anche considerare i rischi finanziari ai quali esporrebbe il Paese anticipando la fine della legislatura senza adeguate misure sul bilancio dello Stato per il 2018. Un Gentiloni che si dimettesse a causa di un incidente parlamentare o in obbedienza all’ordine ricevuto dal leader del partito di maggioranza potrebbe sempre essere rinviato alle Camere per verificare i consensi costringendo chi sta dietro le quinte a venire alla ribalta.

    P.S. A margine confesso di non capire il Berlusconi che ci raccontano le cronache: un uomo pronto a tutto pur di tornare al governo, un uomo ormai avanti con gli anni che rinuncia al ruolo di leader, o almeno di kingmaker, per il piatto di lenticchie di veder fatti fuori i “comunisti”… Mah! Se l’ultima versione della legge elettorale gli piace, la porti a casa e poi chieda a Renzi di scrivere e intestarsi la legge di bilancio 2018, risolvendo i problemi che lo stesso Renzi, e non Berlusconi, ha creato negli ultimi tre anni e che hanno generato le clausole di salvaguardia. In tal modo scongiurerà l’immagine della Grande Coalizione formato mignon, che apre un’autostrada alle estreme, e darà a Forza Italia un’impronta che, ispirandoci alle definizioni del capitalismo care a Bruno Visentini, potremmo definire virile.

  • Non mi aggiungo al rito dell’applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l’esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

    La delusione riguarda la mancata presa di posizione sulla legge per la concorrenza che la Camera sembra prepararsi a far morire per impedire al governo di farne una nuova con lo strumento del decreto legge. Perché lasciar solo Calenda con il rischio che il Paese vada con il ministro e la leadership confindustriale resti isolata?

    Una tale debolezza – prima sfida evitata – comporta anche l’afasia dimostrata sul ruolo sempre più invasivo dei nuovi monopoli della rete, i cosiddetti Over the top, e sulle distorsioni della concorrenza che le varie Google, Amazon, Apple, Facebook, Booking determinano sul piano fiscale e sull’uso delle informazioni anche qui, in Italia. Di nuovo, perché lasciar solo Calenda e quanti si spendono su questo fronte?

    Seconda sfida evitata. Giusta l’enfasi posta da Boccia sui campioni europei, citando gli esempi delle acquisizioni di Fincantieri e Atlantia. Ma sarebbe stato più penetrante rilevare come investimenti di quel tipo li facciano le aziende pubbliche o le private che vivono di tariffe. E le altre? Forse sarebbe stata utile una riflessione su una ex associata, la Fiat, che trasferisce la sede legale in Olanda dove vige il voto maggiorato. Si può criticare la Fiat sul piano dell’etica civile o, meglio, si può chiedere l’allineamento della legge italiana a quella olandese. Tacere mi pare troppo poco.

    Terza sfida. Azzerare il cuneo fiscale per tre anni per i giovani va bene. Ma la proposta sarebbe più forte se si fossero spese due parole sulla copertura finanziaria. La coperta è corta. O i bonus o il resto.

    Quarta sfida. Il Sole 24 Ore. L’editore Confindustria si è rivelato forse il peggiore degli ultimi 15 anni. Ma da Boccia non una parola ne’ sul passato ne’ sulle soluzioni che ora si cerca di perseguire. La Confindustria si ripropone come corpo intermedio. E fa bene. Ma un soggetto politico e’ tanto più credibile quanto più fa bene nelle proprie intraprese. Non sarebbe il momento di privatizzare il Sole 24 Ore? Esistono opportunità, lontane dai circoli di potere ma forti e pulite, capaci di lanciare il giornale nel business dei big data, di fare fusioni e acquisizioni. Ma non vengono perseguite per conservare uno strumento di pressione sul governo restando, peraltro, sotto il tallone delle banche finanziatrici. E questo è un male, perché una simile impostazione conservatrice tende a declassare un grande giornale al livello del foglio di propaganda e al tempo stesso, data la debolezza politica della stessa Confindustria, lo riduce a strumento di una propaganda non incisiva. Fino a quando potrà reggere l’impegno, non di rado coraggioso, della redazione?

  • RENZI, CALENDA E IL COMPLESSO DI CRONO. Nella mitologia greca, il titano Crono evira il padre Urano e divora i propri figli. Gli avevano detto che uno di questi l’avrebbe spodestato. Ma la moglie Rea gli nasconde l’ultimo nato e, al suo posto, gli offre una pietra, che Crono ingoia senza accorgersene. Il bimbo è Zeus, cresce e sconfigge l’atroce padre. Di questi tempi, l’Italia si ritrova con un Matteo Renzi che, da capo del governo, aveva attribuito sempre più elevate responsabilità a Carlo Calenda e poi, da candidato alla segreteria del Pd, trasforma quest’uomo in un traditore della causa attraverso la diffusione di indiscrezioni sulla stampa e il costante contrasto delle iniziative del ministero dello Sviluppo economico,di cui Calenda e’ titolare.

    Calenda sembrava una creatura di Renzi, ma ora il leader del Pd teme che il figlioccio possa prendere il suo posto, e dunque se lo vorrebbe mangiare subito. Ecco allora i ministri di più stretta osservanza renziana impegnati a evitare che Calenda possa intestarsi un provvedimento importante. Eccoli mettere i bastoni tra le ruote del ddl Concorrenza resistendo fino all’ultimo all’apposizione della fiducia e ora bloccando l’emendamento anti scorrerie che il MISE ha ripreso dalla normativa francese. L’argomento usato contro l’anti scorrerie suona falso.

    Non è vero che si tratta di un favore a Berlusconi: la norma è formulata in modo tale da non avere effetti retroattivi sulla scalata di Bollore’ a Mediaset. È vero invece che l’anti scorrerie aiuta a mettere al riparo i grandi gruppi quotati in Borsa da cambi del controllo sotto la soglia dell’Opa obbligatoria, fatti attraverso acquisizioni opache di titoli.

    Colpisce che Renzi non si preoccupi del fatto che l’Italia sia ormai diventata terreno di caccia di multinazionali e non cerchi di avere un progetto per coniugare al meglio i capitali di origine domestica e di origine internazionale. Ma all’ex premier sta a cuore soltanto il suo potere personale. Sospetta che Calenda possa brillare di luce propria e allora cerca di azzopparlo: prima, fa scrivere di inesistenti accordi con Berlusconi a cronisti poco interessati a verificare dritte che credono scoop; poi, declassano una norma di buon senso a mero favore ad personam elargito, come se non bastasse, a un avversario politico. Una seconda bugia, infamante, per sostenere la prima, costruita a tavolino. Disinformazione in puro stile stalinista per soddisfare il complesso di Crono.

  • TRUMP, LA VESPA, LA JEEP E LA WEB TAX. Ma dove vuole arrivare Donald Trump, campione dei populisti delle due sponde dell’Atlantico? E’ un Grillo Wasp o ragiona? Mette i dazi sulle importazioni dall’Europa e non – non ancora almeno – su quelle dalla Cina. Fornisce una sponda al protezionismo rozzo dei Le Pen e dei Salvini sebbene questi siano tributari di quella Russia che, ora, anche il presidente USA comincia a prendere con le molle. Recupera il carbone, trivella il trivellabile e oltre. Capisco voler rottamare il predecessore. Capita anche qui, ancorchè non ci sia di mezzo l’ambiente ma solo una vecchia leadership. E tuttavia, diversamente dall’Italia la cui influenza nel mondo è piccola, gli USA condizionano il pianeta e queste loro scelte rischiano di avere effetti sistemici globali sul commercio e, in ultima analisi, sulle basi economiche della convivenza fra i popoli e gli Stati.

    Mi chiedo: Trump tassa la Vespa, ok, ma le Jeep o le Alfa prodotte in Italia per il mercato USA, tasserà anche queste? Oppure basta aprire uno stabilimento negli USA, come fa Marchionne, e sei salvo? Se così fosse, e non sarebbe troppo strano, come si coniuga questo neo protezionismo Made in Usa con la rivoluzione dell’industria 4.0 che riconnette in capo alle grandi imprese le filiere produttive di fatto o potenzialmente sparse nel mondo e che vede all’avanguardia proprio gli USA (e la Germania)? Trump va certo contrastato con tutte le armi utili allo scopo di salvare il commercio mondiale. Evitando, se possibile, di cadere in una guerra di posizione tra USA e Unione Europea. Se possibile, ripeto. Ma per contrastarlo sul piano strategico Trump va anche capito perché ha alle spalle un mondo finanziario e militare che ragiona.

    Nel mentre, l’Italia aiuti la UE a tirarsi su i calzoni. A cominciare dalla salvaguardia della par condicio fiscale nella concorrenza imponendo almeno la normale tassazione dei redditi derivanti da quello che l’Ufficio parlamentare del Bilancio chiama il fatturato geografico, ovvero dai ricavi effettuati nei diversi Paesi europei e fatturati dall’Irlanda o dal Lussemburgo da parte delle varie Google, Apple, Facebook, Amazon, Booking, Uber. In Senato stiamo esaminando un ddl in materia. Renzi dice che la vorrebbe anche lui, la Web Tax, ma che la si deve fare solo a livello europeo, meglio all’Ocse. Il governo colga il buono che c’e’ anche in Renzi (la voglio anch’io, la Web Tax) e getti il cuore e il cervello oltre l’ostacolo della paura dell’ex premier (l’Italia non può fare nulla da sola). Aiuti a migliorare la proposta. Ogni lunga marcia comincia con un piccolo passo. E la Web Tax non sarebbe nemmeno una ritorsione, dato che se ne parla da anni.

  • LE NAVI, LA FRANCIA, LA UE E NOI. Ieri sera l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, è stato ascoltato dalla Commissione Industria del Senato nel quadro dell’indagine sui risultati delle società controllate dallo Stato in vista delle nomine. Nell’occasione, Bono ha fatto il punto sui negoziati per l’acquisizione del controllo di STX France, che controlla i Chantiers de l’Atlantique: ” Siamo ormai in stallo”, ha detto. E’ una situazione inaccettabile. Che può essere superata solo con un ulteriore impegno del Governo italiano sia nei rapporti con quello francese, che detiene un terzo del capitale dei Chantiers, e dunque la minoranza di blocco, sia verso la Commissione UE. L’Italia ha aperto le porte agli investimenti delle imprese francesi. Anche troppo. Va detto senza mezzi termini che l’azionista pubblico francese non può impedire in modo obliquo al concorrente italiano di acquisire la maggioranza dell’azienda di Saint Nazaire da una società coreana in fallimento.

    Se in Francia si forma un soggetto capace di formulare un’offerta migliore di quella italiana senza aiuti di Stato, amen. Certe iniziative in extremis sono sempre dubbie, ma se esistono investitori veri ne prenderemo atto. Non può essere subita, invece, una “resistenza” opaca dagli effetti perversi. Fermare con l’intervento della politica un accordo già fatto come quello tra i coreani e Fincantieri indebolisce i Chantiers nel negoziato con il gruppo Aponte per due navi da crociera più l’opzione per altre due. Si tratta di una fornitura cruciale al fine di saturare la capacità produttiva dei cantieri francesi altrimenti soffocati dai costi fissi. D’altra parte, per il gruppo Aponte trattare con una Fincantieri che avesse integrato i Chantiers è più difficile che trattare con i Chantiers abbandonati a sè stessi. E’ questo un passaggio delicato.

    Non vorremmo che il governo di Parigi, utilizzando la sua posizione nell’azionariato, spingesse l’azienda ad accettare la commessa a prezzi stracciati. È evidente che, in tal modo, un’operazione commerciale in apparenza fisiologica si trasformerebbe in una pillola avvelenata che costringerebbe Fincantieri a ritirarsi per non compromettere i suoi equilibri. Ma una tale “pillola” comporterebbe nuove forme di sostegno pubblico ai conti dei Chantiers per turare le falle di una commessa in perdita. Tali sostegni sarebbero contestabili quali aiuti di Stato. Ma perché dover arrivare per forza a questi pubblici contrasti?

    Il governo e gli enti locali francesi dovrebbero considerare i vantaggi di una collaborazione strutturale con Fincantieri che potrebbe essere utilmente estesa ai cantieri militari della Dcns. Il sindaco di Saint Nazaire, in particolare, dovrebbe considerare l’attenzione al sociale tipica di Fincantieri che è riuscita a tenere in vita tutti i cantieri italiani. Ma alla fine l’Italia e la Francia dovranno pur chiedersi perché nel 2006 l’Alstom ha potuto vendere senza problemi  la maggioranza dei Chantiers alla norvegese Aker Yards e nulla il governo di Parigi ha eccepito quando Aker Yards è passata ai coreani della STX, poi falliti. E ora fa quello che fa a una azienda italiana, quotata in Borsa e con i conti in ordine?

    P.S. Il gruppo Aponte, di origine sorrentina, è un grande gruppo multinazionale che a suo tempo trasferì il proprio quartiere generale a Ginevra. Credo che il Governo italiano dovrebbe studiare tutte le strade praticabili per convincere questa grande impresa italiana a rimpatriare.

  • OTTIMO CALENDA. L’appello del ministro dello Sviluppo Economico a utilizzare l’anno residuo della legislatura per mettere in sicurezza il Paese va accolto senza se e senza ma. Calenda e’ in linea con il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. E’ stato equilibrato nel linguaggio e saggio nel contenuto. Rappresenta una risorsa del Paese. Mi auguro, come lui, che Renzi riveda la sua fissazione per il voto ad aprile o a giugno.

    Ma sono meno disposto di lui a riconoscere grandi meriti ai cosiddetti “mille giorni” e, soprattutto, sono meno ottimista di lui sul possibile ripensamento dell’ex premier. Temo che l’obiettivo di Renzi sia ormai quello di votare al più presto per salvare una sua posizione di potere, anche all’opposizione, declassando il Pd a bottega fiorentina sulla base della considerazione che tra dodici mesi, lui, Renzi, politico in declino senza un mestiere che non sia la politica, sarà più debole di oggi.

    Non importa se la corsa al voto, che sta cercando di lanciare, sia destinata a congelare l’azione di governo mentre la ripresa dell’economia appare ancora debolissima. Già si vede lo stallo, per esempio, dal continuo rinvio dell’approvazione della legge sulla concorrenza in Senato, fatta slittare senza un vero impegno alla fine di febbraio. Alcuni deputati renziani lo confessano apertamente: “Siamo in campagna elettorale e non dobbiamo scontentare nessuno”. Ma come, siamo in campagna elettorale? Già adesso?

    De Gasperi diceva che gli statisti pensano alle future generazioni, i politici alle prossime elezioni. Senza volare così alto, basti ricordare che far digerire il decreto salvarisparmio alla Commissione Ue non sarà una passeggiata di salute per un governo delegittimato dal socio di maggioranza. Darle concreta attuazione nelle aziende di credito e sui mercati sarà ancora più difficile. Generare incertezza favorisce le manovre, di origine estera ma anche italiana, sui grandi gruppi industriali, finanziari e assicurativi senza alcun riguardo all’interesse nazionale. Basti vedere il caso Generali, le nomine nelle imprese pubbliche, la prossima legge di bilancio.

    Sentire il segretario del Pd che, davanti a queste e altre sfide, chiede l’anticipo del voto per non dare il vitalizio ai parlamentari fa cadere le braccia. Anche perché il vitalizio è stato abolito da anni e sostituito con una pensione calcolata con il metodo contributivo. Se il Pd la vuole cancellare, e io non avrei nulla in contrario, pur ritenendo la cosa irrilevante, perché non ha mai presentato una proposta formale a tal fine? Perché vuole “colpire” i parlamentari in carica lasciando in piedi la norma per quelli che verranno, e cioè per lui medesimo, fra gli altri? Mah.

    Alle volte mi vengono in mente cose, come direbbe Woody Allen, sulle quali non sono affatto d’accordo. Alcune mi vengono in mente perché le avevo sento dire nelle scorse settimane, come quella di Renzi che avrebbe fretta di essere eletto in Parlamento per avere l’immunità. Non ci credo e, in ogni caso, non sono giustizialista.

    Uno degli errori più gravi degli ex comunisti è stato quello di illudersi di sconfiggere Berlusconi per via giudiziaria. Ma condivido le preoccupazioni sempre più diffuse sui mercati – su quelli finanziari come su quelli rionali – che altri mesi di campagna elettorale, di seguito all’interminabile campagna referendaria, facciano marcire i problemi e danneggino i poveri cristi a reddito fisso e senza reddito, i professionisti, gli imprenditori, non certo gli speculatori finanziari che sull’incertezza hanno sempre guadagnato, per consegnare infine l’egemonia, se non proprio il governo, al campo politico anti europeo formato da M5S, Lega e Fratelli d’Italia. Perché, signor Renzi, non ha senso inseguire il populismo. Se questo fai, vince l’originale, non la copia furbesca.

  • IL TEMINO DI FEDERICA. Era da tempo che l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la sicurezza non prendeva la parola sulla stampa italiana. L’ha fatto oggi con una lettera al “Corriere” per annunciare il suo Si’ al referendum. E che cosa ha scritto Federica Mogherini?

    Ci saremmo aspettati che chiarisse, dato il suo incarico, come funzionano gli articoli della riforma costituzionale secondo i quali il Senato conserva gli stessi poteri della Camera nella formazione e attuazione delle decisioni europee (art. 55), sulla legge che regola le modalità di tale partecipazione dell’Italia alle attività dell’Unione europea, e cioè la legge Moavero del 2012 (art. 70) e nella ratifica dei Trattati, e ovviamente delle loro modificazioni (art. 80). Ce lo saremmo aspettati perché le competenze europee assegnate al nuovo Senato rischiano di generare un corto circuito con la Camera, posto che la prima camera verrà eletta tutta nello stesso giorno e può essere chiamata a esprimere il voto di fiducia mentre il nuovo Senato verrà eletto a tappe, e dunque con maggioranze potenzialmente variabili e diverse e non potrà essere chiamato alla disciplina di coalizione non esprimendo più il voto di fiducia.

    Per l’occasione, ci saremmo aspettati che Mogherini difendesse questo nuovo assetto istituzionale ponendolo in relazione con la politica estera della UE su alcune questioni esemplari. Per esemplificare cito i rapporti con la Russia (le sanzioni, l’Ucraina, la Crimea, ma anche la Siria) e quelli con gli USA (il Ttip di per se’ e in relazione ai trattati eurasiatici, il Medio Oriente e il Nord Africa, la nuova Nato e la sicurezza europea). E invece Federica Mogherini ha svolto il solito temino sulle riforme che non si sono mai fatte e che ora invece…

    Ma dai, Fede… Hai mai sentito parlare del servizio sanitario nazionale, dello Statuto dei diritti dei lavoratori, della liberalizzazione degli accessi all’università, dell’estensione del l’obbligo scolastico, dell’edilizia economico popolare, della riforma urbanistica, del divorzio, dell’aborto, dell’obiezione di coscienza, del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, di Maastricht, delle liberalizzazioni che si avviarono sotto Prodi e oggi, dopo tante Leopolde, sono ferme?

    Capisco la gratitudine per il governo al quale devi la poltrona, ma c’è modo e modo. La prossima volta non imitare Nicodemo e sii te stessa.

  • EVASIONE FISCALE: APPLE, LA UE E NOI. La Commissione UE ordina all’Irlanda di recuperare imposte evase da Apple tra il 2003 e il 2013 per 13 miliardi più gli interessi. L’evasione è stata resa possibile dai tax ruling di comodo che Dublino aveva rilasciato in violazione delle regole europee sulla concorrenza e sugli aiuti di stato. L’Irlanda, avverte la commissaria Vestager, dovrà recuperare meno qualora altri governi reclamino la loro parte del maltolto, dato che dall’Irlanda Apple fatturava vendite avvenute in realtà e in grandissima parte negli altri Paesi dell’Unione europea.

    A questo punto, ci si augura che il governo rompa gli indugi ed esiga il pagamento delle imposte evase in Italia non solo da Apple ma anche da Google e da altri colossi del web, per esempio da Amazon e Mc Donald che restano sotto inchiesta della Commissione UE per i tax ruling ottenuti dal Lussemburgo. Il governo potrebbe contare sulle inchieste della procura della repubblica di Milano su Apple, Google e Amazon.

    Certo, se avesse accolto l’emendamento sulla web tax che avevo proposto al ddl Concorrenza, oggi il governo sarebbe più forte. Personalmente, resto in attesa delle motivazioni in base alle quali il Ministero dell’Economia costrinse la Commissione Bilancio a bloccare quell’emendamento per mancanza di copertura, argomento incredibile considerando che un’imposta comporta entrate e non uscite. Palazzo Chigi aveva pure istituito una commissione di studio sulla materia, ma se ne sono perse le tracce. E tuttavia, siamo ancora in tempo per rimediare. C’è una legge di stabilità che bussa alle porte.

    E alla quale intendo contribuire presentando, alla riapertura del Senato, un ddl sulla web tax. E’ più importante è redditizio far osservare la par condicio fiscale che elemosinare la carità di piccoli investimenti e qualche photo opportunity con Tim Cook  o Marc Zuckerberg. I quali, pagate le imposte, investiranno comunque.