LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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  • NON CAPISCO LA PRESIDENTE FINOCCHIARO quando dice che, toccando l’articolo 2 della riforma costituzionale, si ristabilisce il bicameralismo paritario. E’ un modo per bloccare ex cathedra ogni discussione seria, di merito. Il ministro Boschi si dice aperta al confronto. Il premier pure. Ma su che cosa dibatte se, ne’ lei, ne’ Renzi, non hanno mai fatto nemmeno una telefonata ai 25 senatori del Pd che hanno firmato il documento di riforma della discutibile riforma costituzionale? Se fossero calciatori direi che cercano di fare le finte alla Messi, ma sono solo politici e non ci riescono.

    Dare ai cittadini la facoltà di eleggere direttamente, senza inutili bizantinismi, il Senato non comporta automaticamente l’attribuzione al Senato del voto di fiducia al governo e la pari competenza con la Camera sulla legge di bilancio e sulla legislazione ordinaria in genere. Anche i bambini lo capiscono. Dunque, di quale restaurazione del bicameralismo paritario si parla? In realtà, non si vuole affrontare il merito di scelte sbagliate che dividono il Pd e rischiano ormai di essere minoritarie.

    Cara Maria Elena, caro Matteo, Cara Anna, non insistete con le forzature, comunque mascherate, finché siete in tempo. Imparate la pazienza e l’intelligenza della mediazione da quell’Aldo Moro il cui ritratto campeggia nello studio del capogruppo del Pd al Senato. Anche fra noi non mancano personaggi inventati, che non hanno alle spalle una storia politica ne una storia professionale. Ma voi… La triste figura fatta dal Pd con il consiglio della Rai non vi dice nulla?

    Abbiate il coraggio – tornerà a vostro onore – di fare quello che si fa in montagna: sul tuo Etna cara Anna, come sulle mie Alpi, quando si sbaglia strada al bivio non si insiste alla ricerca di sentieri impossibili, ma si torna indietro e si ricomincia. La strada buona già fatta viene confermata, quella che porta al baratro si cancella.

    Meglio chiuderlo il Senato che farne un bivacco di mezze figure, comunque costoso e certamente inutile. Altrimenti, andate alla prova di forza e, se va male, date corso alle minacce: salite al Colle e chiedete le elezioni anticipate. Smettiamola con i giochini.

  • Il PD NON HA GRADITO la proposta di Ferruccio de Bortoli, pur riconoscendo l’autorevolezza della persona. Il curriculum dell’ex direttore del Corriere e del Sole 24 Ore, già presidente di Rcs Libri e ora presidente della casa editrice Longanesi,  è nettamente più robusto di quello degli altri consiglieri, ove si escluda Carlo Freccero, esperto e talentuoso uomo di televisione. Certo, i curricula non sono sufficienti per le nomine, ma sono necessari.

    Dov’è finita la tanto strombazzata meritocrazia? Aspetto un commento di Roger Abravanel (autore di un bestseller intitolato “Meritocrazia”, ndr.) sul giornale che crede. Ma soprattutto vorrei tanto che il governo desse alla Rai un presidente e un direttore generale adeguati. Una presidenza de Bortoli sarebbe un formidabile recupero, ma credo che le critiche mosse da direttore del Corriere ieri a Matteo Renzi e l’altro ieri a Massimo D’Alema, nonché le inchieste sulla Fiat e su altri azionisti di Rcs Mediagroup rendano impraticabile una simile ipotesi.

    Si dice: alla Rai serve un presidente di garanzia. Come no? Ottimo. Ma una presidenza di garanzia si basa sull’indipendenza del presidente e l’indipendenza non è ignavia, ma capacità di apprezzare e criticare tutti, a seconda dei casi. Il presidente del Pd, Matteo Orfini, considera curiosa la segnalazione di de Bortoli fatta dalla minoranza. E perché mai? Curioso è che lui non ci abbia pensato, ma abbia suggerito una sua collaboratrice nel cda della Rai invece, per dire, di un Giulio Anselmi, se proprio de Bortoli non gli piaceva.

    D’altra parte, anche la scelta del dg, ormai orientata su Antonio Campo Dall’Orto, fa pensare. Questi è un uomo di prodotto di una certa capacità. Non stiamo parlando di un fuoriclasse. Di un Marco Bassetti si ricordano invenzioni migliori, per non parlare di Freccero. E tuttavia come direttore di rete ci poteva anche stare. Ma come dg che diventerà ad? Torniamo al curriculum. Qualcuno, a palazzo Chigi, ha mai preso informazioni sui risultati de La 7 gestita da Campo Dall’Orto?

    Basta andare sul sito di Telecom Italia Media, ma se si vuol evitare la fatica di analizzare i bilanci – un dg e un ad da questi si giudicano, non dai business plan – a Renzi sarebbe bastato chiedere al suo amico Franco Bernabé per sapere che il suo pupillo lasciò La 7 che perdeva oltre 120 milioni, con un’audience del 2-3%. Fu sufficiente un Gianni Stella, detto “il canaro” per la sua attenzione ai costi, per recuperare subito terreno aumentando gli ascolti.

    Naturalmente, sarei felice di aver preso un abbaglio. Mi auguro che le esperienze americane, per quanto deboli sul piano della leadership, consentano a Campo Dall’Orto di riportare la Rai ai fasti di un tempo.

  • VIETNAM ED ELEZIONI, ORFINI E BOSCHI. Matteo Orfini dice che alcuni senatori minacciano di trascinare il governo in un Vietnam parlamentare. E si scandalizza. Di grazia, fuori i nomi: chi, dove, come e quando ha detto una tale sciocchezza? Il presidente del Pd risponda anche per conto dei ministri, viceministri e parlamentari che con lui discettano di vietcong, paludi e via sbarellando. Se non è in grado di farlo, avremo la triste conferma di un presidente che parla a sproposito.

    Purtroppo, Matteo 2 non è la prima volta che alza la voce prima di studiare le carte. E’ accaduto quando riteneva inevitabile il voto a favore degli arresti domiciliari del senatore Azzollini o invocava le dimissioni del prefetto De Gennaro. In questo caso, legge “Repubblica”, ma non capisce. Se il testo non è virgolettato, trattasi di idea del giornalista. Meglio controllare la reale paternità delle parole prima di pontificare.

    Lo stesso Tommaso Ciriaco, il cronista autore del retroscena, scrive in un tweet che la parola Vietnam era stata usata da Vannino Chiti come rischio da evitare attraverso il dialogo sulla riforma costituzionale in un’intervista del 6 luglio. Quell’evocazione del “”rischio Vietnam”, aggiungiamo noi, non suscitò alcuna reazione, perché tutti capirono che era fatta a fin di bene. Che senso e che attualità abbia ricicciare un mese dopo, distorcendolo, quel concetto per farne un caso legato alla Rai sono domande destinate a restare senza risposte dicibili. Ma il “caso Vietnam” non si esaurisce qui. Il ministro Boschi dal presunto Vietnam vede addirittura una minaccia alla stabilità dell’esecutivo.

    Da non credere. Il direttore dell’ “Unità'” mi esorta ad andare alle Feste del giornale. Immagino non solo per mangiare una salsiccia, come in tanti da sempre facciamo, ma anche per discutere dei punti caldi coram populo e in libertà. Magari proprio con Maria Elena. Ecco, come fa il ministro Boschi, a dire tra virgolette a redazioni unificate che, se cadesse il governo, eventualità che nessuno nel Pd si augura, il Paese finirebbe in mano a Grillo e/o Salvini?

    Ragioniamo. Nel caso cadesse il governo, il Quirinale deciderebbe se dare di nuovo al premier uscente l’incarico di formare un nuovo esecutivo ricercando le opportune intese parlamentari oppure potrebbe dare l’incarico ad altri. Maria Elena ha già parlato di questa eventualità con il presidente Mattarella e questi le ha anticipato che cosa deciderà in quella (remotissima) eventualità?

    Ma dai… Boschi crede che il Quirinale darebbe l’incarico a Salvini o Grillo? Se mai per ipotesi accadesse, quante probabilità avrebbero questi due signori di ottenere la fiducia delle camere? Zero, ovviamente. Ma siccome questo lo sa anche il ministro dei Rapporti con il Parlamento, che senso ha evocare il fantasma della Lega o del M5S?

    Sul piano della propaganda non saprei dire. Non l’ho mai fatta. Sul piano logico, una simile evocazione acquisterebbe senso solo se si avverasse la seguente sequenza: il governo Renzi si dimette, nessun altro governo ottiene la fiducia, il Colle scioglie le camere e indice nuove elezioni, il Pd le perde. Il ministro Boschi si sente così debole di fronte al popolo sovrano? Ma via! Non siamo quelli del 41%?

    E poi, se mai si andasse alle urne in autunno o nella prossima primavera, si voterebbe ancora con il metodo proporzionale, disegnato dal Consultellum, e si eleggerebbero ancora Camera e Senato in regime di bicameralismo perfetto. A mio avviso un simile esito, comunque non augurabile, sarebbe la fine del Pd a trazione renziana, la conclusione negativa di un’ ondata di rinnovamento che molto prometteva e che, nonostante gli errori, potrebbe ancora far bene al Pd e al Paese. Il voto, probabilmente, non darebbe a nessuno la maggioranza assoluta ma costringerebbe il Pd a fare, alla sua destra o alla sua sinistra, quelle coalizioni che oggi, nella filosofia dell’Italicum, dovrebbero fare un po’ schifo. Ergo, di che parliamo?

    Molto meglio se, invece di questi polveroni, rinfoderiamo le spade spuntate, eleggiamo adesso un consiglio Rai di persone valenti, un presidente con l’equilibrio e le competenze necessarie a esercitare un ruolo di garanzia e un direttore generale con un curriculum all’altezza non per la rumorosità delle corporation di provenienza ma per l’eccellenza, anche economica, dei risultati raggiunti. E poi, finalmente, cominciamo a ragionare sulla riforma costituzionale.

  • ITALCEMENTI, MERCATO, SALOTTO E GOVERNO. Carlo Pesenti, industriale coscienzioso e perbene, ha deciso di cedere Italcementi al gruppo Heidelberg. L’offerta tedesca di 10,60 euro per azione è indubbiamente generosa. E’ vero che tra il 2005 e la prima metà del 2008 la quotazione media del titolo Italcementi è stata pari a 14,9 euro. Ma dal giugno 2008 a oggi la quotazione media era scesa a 5,9 euro. Va inoltre dato atto alla famiglia Pesenti e agli acquirenti che l’offerta è uguale per l’intera compagine azionaria .

    E tuttavia, al netto degli interessi immediati dei soci, questa cessione fa emergere tre fatti che interessano l’Azienda Italia e quanti in essa vi hanno responsabilità: a) il trasferimento in mani estere del controllo di Italcementi costituisce l’ennesimo esempio di latitanza del capitalismo italiano di fronte al cambio della guardia in una grande impresa; b) ai tempi di Giampiero Pesenti, era l’Italcementi a comprare all’estero, adesso la stessa impresa è comprata; b) sempre in quei tempi, l’Italcementi aveva un punto di riferimento finanziario esterno, Mediobanca, che la aiutava nello sviluppo: dalla banca milanese di piazzetta Cuccia era arrivata la proposta d’acquisto di Ciments Francais; sarà stata anche un circolo elitario, definito primo con ammirazione e poi con disprezzo “salotto buono”, ma qualche volta aiutava l’industria o no? E con che cosa e’ stata sostituita?

    Carlo Pesenti ha le sue ragioni, che vanno rispettate. La recessione infinita ha messo in difficoltà i produttori di cemento, ancorché l’Italia non sia l’unico mercato del gruppo e altri operatori italiani come Caltagirone e Buzzi non abbiano alzato bandiera bianca. Accrescere la dimensione per conseguire economie di scala in produzioni a basso valore aggiunto, può avere un senso. Ed è possibile che una concentrazione transfrontaliera possa avere impatti meno pesanti sulle fabbriche italiane di quelli di una ristrutturazione puramente nazionale. Non di meno mi chiedo se, nel rispetto del Mercato unico europeo, non fossero possibili anche altre combinazioni.

    Certo, il fatto che questa iniziativa sia apparsa come un fulmine a ciel sereno può fugare i sospetti di insider trading che spesso accompagnano queste notizie. Ma la sequenza delle operazioni vuole anche dire che l’Italia ha ormai perso i luoghi dove si ragiona del futuro della sua grande impresa, dove si confrontano le alternative possibili anche al di la’ delle mere proposte delle merchant bank, interessate all’affare in tanto in quanto genera commissioni, ferma restando, ovviamente, la libertà di scelta finale dell’imprenditore o dell’azionista di riferimento.

  • NOVITÀ E ALLARMI DA BANKITALIA. Il governatore Ignazio Visco doveva battere un colpo sulla situazione del capitale della Banca d’Italia. E l’ha fatto. Questa è la novità.

    Chi scrive aveva chiesto un segnale dalle colonne del “Corriere della Sera” in edicola il giorno stesso dell’assemblea. Ma più ancora lo chiedevano, con la loro muta resistenza, le fondazioni bancarie chiamate da acquistare al prezzo di 25 mila euro l’una le quote della banca centrale in vendita da oltre un anno ma finora restie all’acquisto. Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, INPS e Carige devono vendere i due terzi del capitale della banca centrale per rientrare sotto la soglia del 3% fissata dalla legge: 5 miliardi il controvalore dell’operazione. Ma in assenza di rassicurazioni sul rendimento delle quote, titoli privi di diritti di governance, e dunque assai più affini alle obbligazioni che alle azioni, i deputati all’acquisto non avrebbero mai messo mano al portafoglio.

    Ebbene, Visco ha dato 340 milioni di dividendi a valere sull’utile 2014. Questi dividendi danno un rendimento pari al 4,5% lordo sul capitale nominale. Nell’esercizio precedente, il monte dividendi era stato di 380 milioni, pari al 5% del capitale nominale. Il governatore ha promesso per il futuro dividendi oscillanti tra questi due valori, ossia tra il 4,5 e il 5%, sempre che gli equilibri di bilancio non impongano la politica della lesina.

    Intervenendo a nome di quotisti, il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Gianmaria Gros-Pietro, ha apprezzato la promessa del governatore. Ma non è Intesa che deve mettere mano al portafoglio. Anzi, Intesa e le altre banche hanno interesse a vendere e incassare l’equivalente della rivalutazione fatta l’anno scorso e sulla quale hanno già pagato le imposte. Bisognerà vedere che cosa ne pensano le fondazioni: le migliori fra loro hanno rendimenti doppi rispetto a quelli promessi da Visco, ma l’apertura del governatore potrebbe avviare, e forse concludere con un pò di moral suasion, quel negoziato che finora, a 15 mesi dall’approvazione della legge, non è ancora partito.

    L’allarme. A parità di capitale investito, con le nuove regole europee in via di enforcement, le banche faranno meno credito e daranno meno dividendi. Visco l’ha detto con freddo garbo. Gros-Pietro l’ha ripetuto con chiarezza e con forte preoccupazione. Da qui in avanti le strade del governatore e del banchiere mi sono sembrate dividersi. Visco sembra credere nei canali alternativi a quello bancario; apprezza gli sforzi del governo per incentivare il ricorso al mercato obbligazionario, per aprire alle assicurazioni e ai fondi l’attività creditizia.

    Gros-Pietro ha avvertito che le banche hanno tutto per valutare il merito di credito della clientela, e sono sottoposte a feroce regolazione. Assicurazioni e fondi di credito non hanno la stessa expertise. E non sono sottoposte alla stessa regolazione. Aggiungo io: se le banche registrano oggi come deteriorato il 17,7% del loro monte crediti, quante perdite accumuleranno i principianti? Quali garanzie daranno ai risparmiatori e a quali tassi presteranno alla clientela? E quante saranno le imprese, oltre alle grandi che già le emettono, in grado di offrire obbligazioni trasparenti e convenienti al mercato? Chi conosce l’Italia sa che sono e saranno pochissime.

    Riletta alla luce della storia, la narrazione di Visco sulla regolazione europea racconta di una storica sconfitta dell’Italia, dei suoi governi e della sua banca centrale: per orgoglio nazionalistico e cedimenti demagogici, abbiamo perso il treno dell’intervento pubblico a sostegno del settore bancario, che altri – dalla Spagna all’Irlanda, dalla Germania al Regno Unito – hanno preso senza pudore e senza paure inutili, e ora arranchiamo con sistemi di cartolarizzazione privata più onerosi e il sogno di una bad bank quasi impossibile da realizzare, ormai. Con un’Europa che, dimentica di suoi recenti trascorsi, con sdegno virginale bolla come aiuto di stato qualsiasi forma di sostegno pubblico al finanziamento delle imprese.

  • ERA ORA. Ben venga l’impegno sul conflitto d’interessi assunto dal governo, attraverso l’intervista della ministra Boschi, a sostenere in Parlamento un provvedimento sul conflitto d’interessi. La questione era stata posta in questa legislatura dal disegno di legge sulla riforma delle cause di ineleggibilità e incompatibilità economica dei parlamentari, presentato da Massimo Mucchetti, Luigi Zanda, Valeria Fedeli e altri 23 senatori il 20 giugno 2013. Fa piacere che il governo adesso metta in primo piano una questione istituzionale che da sempre riteniamo assai rilevante”, lo dichiarano Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria del Senato, e Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato.

  • BENISSIMO RENZI SU DE GENNARO. Matteo Renzi ha confermato la fiducia del governo in Gianni De Gennaro e, nell’occasione, ha ribadito il rispetto dovuto agli azionisti di una società quotata come Finmeccanica. Smentendo il presidente del Pd, che aveva chiesto le dimissioni di De Gennaro per colpe che non ha, il premier ha dimostrato senso di responsabilità e chiarezza di idee: l’azionista non lascia nel limbo una grande impresa. Seria anche la presa di posizione del presidente dell’Autorità Anticorruzione: Raffaele Cantone ha ricordato le assoluzioni avute dal presidente di Finmeccanica sui fatti di Genova, e ha fatto bene. Meno serie altre posizioni, ma ora, grazie alle parole di Renzi, queste possono venire derubricate come eccessi inoffensivi che possono di quando in quando manifestarsi in un grande partito.

  • PREFETTO, TIENI DURO. Matteo Orfini non è un peone. Presiede il Pd, la sua è una carica non esecutiva, e tuttavia di rilievo per le funzioni di rappresentanza e di garanzia che vi sono implicite. Quello che dice, pertanto, dovrebbe avere un peso. Perché Orfini chiede le dimissioni di Gianni De Gennaro dalla presidenza di Finmeccanica? Non per qualche errore od omissione o peggio di cui questi si sia reso responsabile nel suo lavoro. E nemmeno per il venir meno dei requisiti di onorabilità e di professionalità che il Governo, nella sua qualità di gestore della partecipazione di controllo detenuta dallo Stato, ha ritenuto fossero sufficienti al momento della nomina. No, Orfini torna alla carica perché la Corte europea di Strasburgo, richiamando i tristi fatti del G8 di Genova, censura l’Italia per non aver ancora approvato una legge sulla tortura. Che il prefetto De Gennaro sia stato assolto da ogni imputazione in Italia per il presidente del Pd non rileva. Il suo giudizio è politico. Se capisce bene, politico significa non fondato su dati e fatti precisi, ma sulla libera e mera opinione del giudicante che attribuisce a De Gennaro una responsabilità oggettiva nei fatti di Genova.

    Non starò a ricordare i meriti di De Gennaro nel contrasto alla mafia e tutto il resto e a confrontarli con la nostra modestia, la tua e la mia, caro Matteo. Non starò nemmeno a disquisire su quanto sia scivoloso il concetto della responsabilità oggettiva. Sarebbe ultroneo. Sto al merito stretto della questione. Finmeccanica ha già patito inchieste giudiziarie poco solide che ne hanno minato la stabilità e la concentrazione sul business. Vogliamo prendere atto una buona volta che la lesione della reputazione di un grande gruppo quotato in Borsa, senza che poi le sentenze confermino le accuse, provoca un danno ingente e insensato? Un danno che, alla fine, paga quel Pantalone in nome del quale si scatena il moralismo a corrente alternata. E poi mi chiedo: come si fa a ritenere vergognosa la presenza di De Gennaro al vertice di Finmeccanica per le violenze di Genova delle quali non porta responsabilità penali e poi a tacere sul rinvio a giudizio per strage deciso dal gip di Lucca a carico dell’amministratore delegato della stessa società, Mauro Moretti?

    Per essere chiaro, considero infondato il rinvio a giudizio di Moretti e sostengo il governo che sostiene Moretti su questo fronte. Ma che senso ha il silenzio del segretario del Pd su De Gennaro? Non basta dire che si farà la legge sulla tortura. Questo lo sa pure il presidente del partito, il quale, tuttavia, chiede la testa del prefetto. Perché niente tweet?

    Che senso ha lasciare che il Pd intervenga in questo modo estemporaneo e politicista sulle nomine fatte, mentre nulla lo stesso Pd disse quando le nomine erano da fare e bisognava fondarle sull’analisi delle performance aziendali e non sulla demagogia rottamatrice, parente dello spoil system? Certo, per questo lavoro, un tweet non basta.

    Che senso ha appellarsi alla coscienza di De Gennaro come fa la vicesegretaria Serracchiani, in questo un pò cerchiobottista? De Gennaro l’esame di coscienza se l’è già fatto ed è stato condiviso da chi l’ha nominato. Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, volle De Gennaro in Finmeccanica. Non dovrebbe essergli impossibile trovare il modo di fa sapere all’opinione pubblica come la pensa. Intanto, signor prefetto, resti serenamente dov’è. In ogni caso, così facendo, servirà il Paese. Se c’è una manovra opaca, l’azionista dovrà prendersi le sue responsabilità e uscire dall’ombra. Se non c’è una manovra, non accadrà nulla e il Pd misurerà l’influenza reale del suo presidente. Certo, lei, De Gennaro, è un prefetto…E io non so che cosa passa nella testa dei servitori dello Stato che fanno i prefetti in certe situazioni.

  • PROFUMO ASSOLTO, ORSI PURE. Ancora una volta è accaduto che capi di grandi aziende come Alessandro Profumo e Giuseppe Orsi escano puliti da indagini e procedimenti giudiziari che, per il solo fatto di aver avuto una forte pubblicità, ne avevano leso la reputazione. Assolti o archiviati. L’operazione Brontos non implicava i reati fiscali ipotizzati dalla procura in capo a Unicredit. La Lega non ha ricevuto tangenti da Finmeccanica.

    Si deve dare atto al banchiere Profumo e al manager industriale Orsi di aver avuto ragione loro. E pure la Lega è stata oggetto di sospetti ingiustificati. I giornali dovrebbero fare di più per bilanciare con l’esito dei giudizi l’enfasi posta in prima battuta sull’azione della pubblica accusa. Ma si può ricavare da queste esperienze una morale politica utile a migliorare insieme le ragioni della pubblica fede, i legittimi interessi delle aziende e quelli delle persone inquisite? La perfezione non sarà possibile, ma una più chiara assunzione di responsabilità potrebbe aiutare.

    Le due grandi imprese oggetto dell’azione della magistratura inquirente, Unicredit e Finmeccanica, hanno reagito in modo molto diverso. La banca ha difeso il suo amministratore delegato, pur accettando una transazione con l’Agenzia delle Entrate che ora diventa assai discutibile. La holding della difesa, invece, ha abbandonato il suo top manager. Profumo ha lasciato Unicredit per alte ragioni e ora presiede il Monte dei Paschi. Orsi pare emarginato: dopo tre mesi di ingiusta detenzione.

    Determinante è stato il comportamento degli azionisti di riferimento. Quelli di Unicredit, investitori privati italiani ed esteri e fondazioni, si sono assunti il rischio di contestare i pm nel processo. L’azionista di riferimento di Finmeccanica, che è il ministero dell’Economia e più in generale il governo, è fuggito a suo tempo davanti alle responsabilità. Ha lasciato solo Orsi, delegittimando lui e indebolendo la società per mesi. Pur avendo in mano il consiglio di amministrazione, ha aspettato l’arresto per sostituirlo. Non è una differenza da poco.

    Il governo ha poi varato la solita “regola” generale, sull’onda di uno sdegno cieco, condiviso e alimentato, duole dirlo, anche dal Parlamento proprio in seguito alle inchieste su Finmeccanica. Basta il rinvio a giudizio per non essere candidabili, e meno che mai eleggibili, in consiglio. Basta un arresto per decadere senza diritto al risarcimento dalla carica. Qualora una condanna in primo grado intervenga in costanza di mandato, si viene sospesi dalla carica ed eventualmente reintegrati dall’assemblea su proposta del consiglio ma solo ove consiglio e assemblea rilevino “il preminente interesse della società alla permanenza della persona”. Come dire: si viene reintegrati se consiglio e assemblea dicono che In Italia e nel mondo non esistono alternative all’amministratore “sotto schiaffo”, una posizione ardua da sostenere se e’ vero il detto secondo il quale i cimiteri sono pieni di persone insostituibili.

    Nel momento in cui il governo lancia la sua campagna anti corruzione e il Senato si prepara a votare il disegno di legge che restaura (meritoriamente) il falso in bilancio, è arrivato il momento di riflettere su questa “direttiva etica” del Tesoro che dice troppo e troppo poco. Intanto, nell’ambito del settore pubblico, abbiamo un doppio regime tra le società quotate e quotande: Cassa depositi e prestiti, FS, Poste ed Enel l’hanno inserita negli statuti, Eni e Finmeccanica no. Saggezza vorrebbe che la si superasse guardando al complesso delle società che lavorano con i soldi del mercato ovvero a tutte tutte le società quotate, pubbliche e private (oltre alle aziende interamente pubbliche che dipendono dal contribuente).

    A tale complesso di società andrebbe applicata la regola d’oro da tempo sperimentata con successo nelle banche e, da poco, anche nelle assicurazioni: l’amministratore condannato in primo grado (ovvio il “pugno di ferro” in caso di condanna definitiva) viene sospeso automaticamente dalla carica ma il consiglio può proporre alla prima assemblea utile di deliberare il reintegro. Punto. Senza l’assurda giustificazione del “preminente interesse” per la persona: per fortuna di tutti, nessuno è indispensabile, mentre è possibile che un’inchiesta possa essere ritenuta infondata e, come tale, da contestare conservando in carica chi si ritenga innocente.

    E’ certo possibile che l’inquisito abbia una capacità di condizionamento del consiglio e dell’assemblea tale da proteggerlo “immeritatamente”, ma un tale rischio non può far venire meno la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva sulla base di una semplice regola burocratica. Solo una precisa assunzione di responsabilità da parte del consiglio e dell’assemblea può consentire il cambio della guardia in corso di processo. Fatto salvo il diritto dell’innocente al risarcimento.

    La politica ha il coraggio di smetterla di oscillare tra giustificazionismo e giustizialismo sulle pelle delle imprese e delle persone o si scopre garantista solo con i propri membri e solo quando questi stiano nelle grazie del principe di turno?

  • LE NEWS DI MORETTI. Nell’audizione di ieri sera davanti alla commissione Industria del Senato, Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica, ha dato alcune notizie che, data l’ora, sono state un pò trascurate dai resoconti. Vale la pena di ricordarle:

    a) Finmeccanica punta, all’esito del piano industriale nel 2017, a un utile netto consolidato della gestione ordinaria di 700 milioni, un obiettivo assai ambizioso;

    b) sempre a fine piano nel 2017, il debito finanziario netto di fine anno calerà dai 4,1 miliardi del 2014 a 3,5 miliardi, pari all’80% dei mezzi propri;

    c) il beneficio finanziario di 600 milioni, derivante dalla cessione di Ansaldo Sts e AnsaldoBreda, non conta ai fini della riduzione del debito, che dovrà avvenire grazie agli avanzi della gestione ordinaria, e dunque verrà reinvestito;

    d) gli avviamenti e i costi capitalizzati, ereditati dalla gestione precedente nella misura di 6,2 miliardi, non subiranno sostanziali svalutazioni;

    e) investimenti e spese per ricerca e sviluppo verranno ridotti per evitare sprechi, e tuttavia Finmeccanica si presenta come compratrice nell’Avio Spazio, dove oggi ha il 15% e il fondo Cinven è venditore;

    f) la joint venture russa con Sukhoi per il Superjet e la partecipazione americana in DRS, entrambe non produttive di utili, sono soggette a verifica in vista di decisioni (luglio per DRS);

    g) le piattaforme senza uomo (i droni, ma non solo) sono un pezzo rilevante del futuro, di qui anche grande impegno nel rapporto con la Rinaldo Piaggio;

    h) la riduzione del procurement della difesa nel settore missilistico mette in difficoltà la gestione della partecipazione del 25% nella MDBA;

    i) Selex si svilupperà nella cyber security e negli intelligence systems;

    l) l’avionica civile fa parte dei nuovi obiettivi del gruppo;

    m) l’accordo con Hitachi non ha lasciato rischi, derivanti da AnsaldoBreda, in capo a Finmeccanica, e dunque i treni, che le ferrovie belghe e olandesi hanno rifiutato e Hitachi non ha voluto, saranno venduti a cura della stessa Finmeccanica. Moretti non ha confermato nè smentito il rifiuto opposto dalle FS, allora gestite da lui, all’offerta di quei treni fatta dalla precedente gestione di Finmeccanica, nè l’interesse manifestato ora da NTV.