Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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  • ITALCEMENTI, MERCATO, SALOTTO E GOVERNO. Carlo Pesenti, industriale coscienzioso e perbene, ha deciso di cedere Italcementi al gruppo Heidelberg. L’offerta tedesca di 10,60 euro per azione è indubbiamente generosa. E’ vero che tra il 2005 e la prima metà del 2008 la quotazione media del titolo Italcementi è stata pari a 14,9 euro. Ma dal giugno 2008 a oggi la quotazione media era scesa a 5,9 euro. Va inoltre dato atto alla famiglia Pesenti e agli acquirenti che l’offerta è uguale per l’intera compagine azionaria .

    E tuttavia, al netto degli interessi immediati dei soci, questa cessione fa emergere tre fatti che interessano l’Azienda Italia e quanti in essa vi hanno responsabilità: a) il trasferimento in mani estere del controllo di Italcementi costituisce l’ennesimo esempio di latitanza del capitalismo italiano di fronte al cambio della guardia in una grande impresa; b) ai tempi di Giampiero Pesenti, era l’Italcementi a comprare all’estero, adesso la stessa impresa è comprata; b) sempre in quei tempi, l’Italcementi aveva un punto di riferimento finanziario esterno, Mediobanca, che la aiutava nello sviluppo: dalla banca milanese di piazzetta Cuccia era arrivata la proposta d’acquisto di Ciments Francais; sarà stata anche un circolo elitario, definito primo con ammirazione e poi con disprezzo “salotto buono”, ma qualche volta aiutava l’industria o no? E con che cosa e’ stata sostituita?

    Carlo Pesenti ha le sue ragioni, che vanno rispettate. La recessione infinita ha messo in difficoltà i produttori di cemento, ancorché l’Italia non sia l’unico mercato del gruppo e altri operatori italiani come Caltagirone e Buzzi non abbiano alzato bandiera bianca. Accrescere la dimensione per conseguire economie di scala in produzioni a basso valore aggiunto, può avere un senso. Ed è possibile che una concentrazione transfrontaliera possa avere impatti meno pesanti sulle fabbriche italiane di quelli di una ristrutturazione puramente nazionale. Non di meno mi chiedo se, nel rispetto del Mercato unico europeo, non fossero possibili anche altre combinazioni.

    Certo, il fatto che questa iniziativa sia apparsa come un fulmine a ciel sereno può fugare i sospetti di insider trading che spesso accompagnano queste notizie. Ma la sequenza delle operazioni vuole anche dire che l’Italia ha ormai perso i luoghi dove si ragiona del futuro della sua grande impresa, dove si confrontano le alternative possibili anche al di la’ delle mere proposte delle merchant bank, interessate all’affare in tanto in quanto genera commissioni, ferma restando, ovviamente, la libertà di scelta finale dell’imprenditore o dell’azionista di riferimento.

  • NOVITÀ E ALLARMI DA BANKITALIA. Il governatore Ignazio Visco doveva battere un colpo sulla situazione del capitale della Banca d’Italia. E l’ha fatto. Questa è la novità.

    Chi scrive aveva chiesto un segnale dalle colonne del “Corriere della Sera” in edicola il giorno stesso dell’assemblea. Ma più ancora lo chiedevano, con la loro muta resistenza, le fondazioni bancarie chiamate da acquistare al prezzo di 25 mila euro l’una le quote della banca centrale in vendita da oltre un anno ma finora restie all’acquisto. Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, INPS e Carige devono vendere i due terzi del capitale della banca centrale per rientrare sotto la soglia del 3% fissata dalla legge: 5 miliardi il controvalore dell’operazione. Ma in assenza di rassicurazioni sul rendimento delle quote, titoli privi di diritti di governance, e dunque assai più affini alle obbligazioni che alle azioni, i deputati all’acquisto non avrebbero mai messo mano al portafoglio.

    Ebbene, Visco ha dato 340 milioni di dividendi a valere sull’utile 2014. Questi dividendi danno un rendimento pari al 4,5% lordo sul capitale nominale. Nell’esercizio precedente, il monte dividendi era stato di 380 milioni, pari al 5% del capitale nominale. Il governatore ha promesso per il futuro dividendi oscillanti tra questi due valori, ossia tra il 4,5 e il 5%, sempre che gli equilibri di bilancio non impongano la politica della lesina.

    Intervenendo a nome di quotisti, il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Gianmaria Gros-Pietro, ha apprezzato la promessa del governatore. Ma non è Intesa che deve mettere mano al portafoglio. Anzi, Intesa e le altre banche hanno interesse a vendere e incassare l’equivalente della rivalutazione fatta l’anno scorso e sulla quale hanno già pagato le imposte. Bisognerà vedere che cosa ne pensano le fondazioni: le migliori fra loro hanno rendimenti doppi rispetto a quelli promessi da Visco, ma l’apertura del governatore potrebbe avviare, e forse concludere con un pò di moral suasion, quel negoziato che finora, a 15 mesi dall’approvazione della legge, non è ancora partito.

    L’allarme. A parità di capitale investito, con le nuove regole europee in via di enforcement, le banche faranno meno credito e daranno meno dividendi. Visco l’ha detto con freddo garbo. Gros-Pietro l’ha ripetuto con chiarezza e con forte preoccupazione. Da qui in avanti le strade del governatore e del banchiere mi sono sembrate dividersi. Visco sembra credere nei canali alternativi a quello bancario; apprezza gli sforzi del governo per incentivare il ricorso al mercato obbligazionario, per aprire alle assicurazioni e ai fondi l’attività creditizia.

    Gros-Pietro ha avvertito che le banche hanno tutto per valutare il merito di credito della clientela, e sono sottoposte a feroce regolazione. Assicurazioni e fondi di credito non hanno la stessa expertise. E non sono sottoposte alla stessa regolazione. Aggiungo io: se le banche registrano oggi come deteriorato il 17,7% del loro monte crediti, quante perdite accumuleranno i principianti? Quali garanzie daranno ai risparmiatori e a quali tassi presteranno alla clientela? E quante saranno le imprese, oltre alle grandi che già le emettono, in grado di offrire obbligazioni trasparenti e convenienti al mercato? Chi conosce l’Italia sa che sono e saranno pochissime.

    Riletta alla luce della storia, la narrazione di Visco sulla regolazione europea racconta di una storica sconfitta dell’Italia, dei suoi governi e della sua banca centrale: per orgoglio nazionalistico e cedimenti demagogici, abbiamo perso il treno dell’intervento pubblico a sostegno del settore bancario, che altri – dalla Spagna all’Irlanda, dalla Germania al Regno Unito – hanno preso senza pudore e senza paure inutili, e ora arranchiamo con sistemi di cartolarizzazione privata più onerosi e il sogno di una bad bank quasi impossibile da realizzare, ormai. Con un’Europa che, dimentica di suoi recenti trascorsi, con sdegno virginale bolla come aiuto di stato qualsiasi forma di sostegno pubblico al finanziamento delle imprese.

  • ERA ORA. Ben venga l’impegno sul conflitto d’interessi assunto dal governo, attraverso l’intervista della ministra Boschi, a sostenere in Parlamento un provvedimento sul conflitto d’interessi. La questione era stata posta in questa legislatura dal disegno di legge sulla riforma delle cause di ineleggibilità e incompatibilità economica dei parlamentari, presentato da Massimo Mucchetti, Luigi Zanda, Valeria Fedeli e altri 23 senatori il 20 giugno 2013. Fa piacere che il governo adesso metta in primo piano una questione istituzionale che da sempre riteniamo assai rilevante”, lo dichiarano Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria del Senato, e Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato.

  • BENISSIMO RENZI SU DE GENNARO. Matteo Renzi ha confermato la fiducia del governo in Gianni De Gennaro e, nell’occasione, ha ribadito il rispetto dovuto agli azionisti di una società quotata come Finmeccanica. Smentendo il presidente del Pd, che aveva chiesto le dimissioni di De Gennaro per colpe che non ha, il premier ha dimostrato senso di responsabilità e chiarezza di idee: l’azionista non lascia nel limbo una grande impresa. Seria anche la presa di posizione del presidente dell’Autorità Anticorruzione: Raffaele Cantone ha ricordato le assoluzioni avute dal presidente di Finmeccanica sui fatti di Genova, e ha fatto bene. Meno serie altre posizioni, ma ora, grazie alle parole di Renzi, queste possono venire derubricate come eccessi inoffensivi che possono di quando in quando manifestarsi in un grande partito.

  • PREFETTO, TIENI DURO. Matteo Orfini non è un peone. Presiede il Pd, la sua è una carica non esecutiva, e tuttavia di rilievo per le funzioni di rappresentanza e di garanzia che vi sono implicite. Quello che dice, pertanto, dovrebbe avere un peso. Perché Orfini chiede le dimissioni di Gianni De Gennaro dalla presidenza di Finmeccanica? Non per qualche errore od omissione o peggio di cui questi si sia reso responsabile nel suo lavoro. E nemmeno per il venir meno dei requisiti di onorabilità e di professionalità che il Governo, nella sua qualità di gestore della partecipazione di controllo detenuta dallo Stato, ha ritenuto fossero sufficienti al momento della nomina. No, Orfini torna alla carica perché la Corte europea di Strasburgo, richiamando i tristi fatti del G8 di Genova, censura l’Italia per non aver ancora approvato una legge sulla tortura. Che il prefetto De Gennaro sia stato assolto da ogni imputazione in Italia per il presidente del Pd non rileva. Il suo giudizio è politico. Se capisce bene, politico significa non fondato su dati e fatti precisi, ma sulla libera e mera opinione del giudicante che attribuisce a De Gennaro una responsabilità oggettiva nei fatti di Genova.

    Non starò a ricordare i meriti di De Gennaro nel contrasto alla mafia e tutto il resto e a confrontarli con la nostra modestia, la tua e la mia, caro Matteo. Non starò nemmeno a disquisire su quanto sia scivoloso il concetto della responsabilità oggettiva. Sarebbe ultroneo. Sto al merito stretto della questione. Finmeccanica ha già patito inchieste giudiziarie poco solide che ne hanno minato la stabilità e la concentrazione sul business. Vogliamo prendere atto una buona volta che la lesione della reputazione di un grande gruppo quotato in Borsa, senza che poi le sentenze confermino le accuse, provoca un danno ingente e insensato? Un danno che, alla fine, paga quel Pantalone in nome del quale si scatena il moralismo a corrente alternata. E poi mi chiedo: come si fa a ritenere vergognosa la presenza di De Gennaro al vertice di Finmeccanica per le violenze di Genova delle quali non porta responsabilità penali e poi a tacere sul rinvio a giudizio per strage deciso dal gip di Lucca a carico dell’amministratore delegato della stessa società, Mauro Moretti?

    Per essere chiaro, considero infondato il rinvio a giudizio di Moretti e sostengo il governo che sostiene Moretti su questo fronte. Ma che senso ha il silenzio del segretario del Pd su De Gennaro? Non basta dire che si farà la legge sulla tortura. Questo lo sa pure il presidente del partito, il quale, tuttavia, chiede la testa del prefetto. Perché niente tweet?

    Che senso ha lasciare che il Pd intervenga in questo modo estemporaneo e politicista sulle nomine fatte, mentre nulla lo stesso Pd disse quando le nomine erano da fare e bisognava fondarle sull’analisi delle performance aziendali e non sulla demagogia rottamatrice, parente dello spoil system? Certo, per questo lavoro, un tweet non basta.

    Che senso ha appellarsi alla coscienza di De Gennaro come fa la vicesegretaria Serracchiani, in questo un pò cerchiobottista? De Gennaro l’esame di coscienza se l’è già fatto ed è stato condiviso da chi l’ha nominato. Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, volle De Gennaro in Finmeccanica. Non dovrebbe essergli impossibile trovare il modo di fa sapere all’opinione pubblica come la pensa. Intanto, signor prefetto, resti serenamente dov’è. In ogni caso, così facendo, servirà il Paese. Se c’è una manovra opaca, l’azionista dovrà prendersi le sue responsabilità e uscire dall’ombra. Se non c’è una manovra, non accadrà nulla e il Pd misurerà l’influenza reale del suo presidente. Certo, lei, De Gennaro, è un prefetto…E io non so che cosa passa nella testa dei servitori dello Stato che fanno i prefetti in certe situazioni.

  • PROFUMO ASSOLTO, ORSI PURE. Ancora una volta è accaduto che capi di grandi aziende come Alessandro Profumo e Giuseppe Orsi escano puliti da indagini e procedimenti giudiziari che, per il solo fatto di aver avuto una forte pubblicità, ne avevano leso la reputazione. Assolti o archiviati. L’operazione Brontos non implicava i reati fiscali ipotizzati dalla procura in capo a Unicredit. La Lega non ha ricevuto tangenti da Finmeccanica.

    Si deve dare atto al banchiere Profumo e al manager industriale Orsi di aver avuto ragione loro. E pure la Lega è stata oggetto di sospetti ingiustificati. I giornali dovrebbero fare di più per bilanciare con l’esito dei giudizi l’enfasi posta in prima battuta sull’azione della pubblica accusa. Ma si può ricavare da queste esperienze una morale politica utile a migliorare insieme le ragioni della pubblica fede, i legittimi interessi delle aziende e quelli delle persone inquisite? La perfezione non sarà possibile, ma una più chiara assunzione di responsabilità potrebbe aiutare.

    Le due grandi imprese oggetto dell’azione della magistratura inquirente, Unicredit e Finmeccanica, hanno reagito in modo molto diverso. La banca ha difeso il suo amministratore delegato, pur accettando una transazione con l’Agenzia delle Entrate che ora diventa assai discutibile. La holding della difesa, invece, ha abbandonato il suo top manager. Profumo ha lasciato Unicredit per alte ragioni e ora presiede il Monte dei Paschi. Orsi pare emarginato: dopo tre mesi di ingiusta detenzione.

    Determinante è stato il comportamento degli azionisti di riferimento. Quelli di Unicredit, investitori privati italiani ed esteri e fondazioni, si sono assunti il rischio di contestare i pm nel processo. L’azionista di riferimento di Finmeccanica, che è il ministero dell’Economia e più in generale il governo, è fuggito a suo tempo davanti alle responsabilità. Ha lasciato solo Orsi, delegittimando lui e indebolendo la società per mesi. Pur avendo in mano il consiglio di amministrazione, ha aspettato l’arresto per sostituirlo. Non è una differenza da poco.

    Il governo ha poi varato la solita “regola” generale, sull’onda di uno sdegno cieco, condiviso e alimentato, duole dirlo, anche dal Parlamento proprio in seguito alle inchieste su Finmeccanica. Basta il rinvio a giudizio per non essere candidabili, e meno che mai eleggibili, in consiglio. Basta un arresto per decadere senza diritto al risarcimento dalla carica. Qualora una condanna in primo grado intervenga in costanza di mandato, si viene sospesi dalla carica ed eventualmente reintegrati dall’assemblea su proposta del consiglio ma solo ove consiglio e assemblea rilevino “il preminente interesse della società alla permanenza della persona”. Come dire: si viene reintegrati se consiglio e assemblea dicono che In Italia e nel mondo non esistono alternative all’amministratore “sotto schiaffo”, una posizione ardua da sostenere se e’ vero il detto secondo il quale i cimiteri sono pieni di persone insostituibili.

    Nel momento in cui il governo lancia la sua campagna anti corruzione e il Senato si prepara a votare il disegno di legge che restaura (meritoriamente) il falso in bilancio, è arrivato il momento di riflettere su questa “direttiva etica” del Tesoro che dice troppo e troppo poco. Intanto, nell’ambito del settore pubblico, abbiamo un doppio regime tra le società quotate e quotande: Cassa depositi e prestiti, FS, Poste ed Enel l’hanno inserita negli statuti, Eni e Finmeccanica no. Saggezza vorrebbe che la si superasse guardando al complesso delle società che lavorano con i soldi del mercato ovvero a tutte tutte le società quotate, pubbliche e private (oltre alle aziende interamente pubbliche che dipendono dal contribuente).

    A tale complesso di società andrebbe applicata la regola d’oro da tempo sperimentata con successo nelle banche e, da poco, anche nelle assicurazioni: l’amministratore condannato in primo grado (ovvio il “pugno di ferro” in caso di condanna definitiva) viene sospeso automaticamente dalla carica ma il consiglio può proporre alla prima assemblea utile di deliberare il reintegro. Punto. Senza l’assurda giustificazione del “preminente interesse” per la persona: per fortuna di tutti, nessuno è indispensabile, mentre è possibile che un’inchiesta possa essere ritenuta infondata e, come tale, da contestare conservando in carica chi si ritenga innocente.

    E’ certo possibile che l’inquisito abbia una capacità di condizionamento del consiglio e dell’assemblea tale da proteggerlo “immeritatamente”, ma un tale rischio non può far venire meno la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva sulla base di una semplice regola burocratica. Solo una precisa assunzione di responsabilità da parte del consiglio e dell’assemblea può consentire il cambio della guardia in corso di processo. Fatto salvo il diritto dell’innocente al risarcimento.

    La politica ha il coraggio di smetterla di oscillare tra giustificazionismo e giustizialismo sulle pelle delle imprese e delle persone o si scopre garantista solo con i propri membri e solo quando questi stiano nelle grazie del principe di turno?

  • LE NEWS DI MORETTI. Nell’audizione di ieri sera davanti alla commissione Industria del Senato, Mauro Moretti, amministratore delegato di Finmeccanica, ha dato alcune notizie che, data l’ora, sono state un pò trascurate dai resoconti. Vale la pena di ricordarle:

    a) Finmeccanica punta, all’esito del piano industriale nel 2017, a un utile netto consolidato della gestione ordinaria di 700 milioni, un obiettivo assai ambizioso;

    b) sempre a fine piano nel 2017, il debito finanziario netto di fine anno calerà dai 4,1 miliardi del 2014 a 3,5 miliardi, pari all’80% dei mezzi propri;

    c) il beneficio finanziario di 600 milioni, derivante dalla cessione di Ansaldo Sts e AnsaldoBreda, non conta ai fini della riduzione del debito, che dovrà avvenire grazie agli avanzi della gestione ordinaria, e dunque verrà reinvestito;

    d) gli avviamenti e i costi capitalizzati, ereditati dalla gestione precedente nella misura di 6,2 miliardi, non subiranno sostanziali svalutazioni;

    e) investimenti e spese per ricerca e sviluppo verranno ridotti per evitare sprechi, e tuttavia Finmeccanica si presenta come compratrice nell’Avio Spazio, dove oggi ha il 15% e il fondo Cinven è venditore;

    f) la joint venture russa con Sukhoi per il Superjet e la partecipazione americana in DRS, entrambe non produttive di utili, sono soggette a verifica in vista di decisioni (luglio per DRS);

    g) le piattaforme senza uomo (i droni, ma non solo) sono un pezzo rilevante del futuro, di qui anche grande impegno nel rapporto con la Rinaldo Piaggio;

    h) la riduzione del procurement della difesa nel settore missilistico mette in difficoltà la gestione della partecipazione del 25% nella MDBA;

    i) Selex si svilupperà nella cyber security e negli intelligence systems;

    l) l’avionica civile fa parte dei nuovi obiettivi del gruppo;

    m) l’accordo con Hitachi non ha lasciato rischi, derivanti da AnsaldoBreda, in capo a Finmeccanica, e dunque i treni, che le ferrovie belghe e olandesi hanno rifiutato e Hitachi non ha voluto, saranno venduti a cura della stessa Finmeccanica. Moretti non ha confermato nè smentito il rifiuto opposto dalle FS, allora gestite da lui, all’offerta di quei treni fatta dalla precedente gestione di Finmeccanica, nè l’interesse manifestato ora da NTV.

  • MOLTO INTERESSANTE RAI WAY. “L’offerta pubblica di acquisto e scambio di Ei Towers è stata inviata alla casella di posta elettronica di Rai Way alle 23.45 del 24 febbraio e io l’ho vista la mattina seguente alle 5. Si tratta di un’offerta non sollecitata e non negoziata”. Lo ha riferito, davanti alla commissione Industria del Senato, il presidente di Rai Way, Camillo Rossotto. Il manager ha spiegato, sulla base del prospetto informativo dell’autunno scorso, le caratteristiche del contratto Rai-Rai Way, che sta alla base della valorizzazione della società.

    Il contratto dura 7 anni ed è rinnovabile per due volte. A Rai Way sono affidati i servizi passivi e attivi per la trasmissione del segnale a fronte di un importo di 172 milioni annui rivalutabili in base al tasso d’inflazione. Un tale importo rappresenta l’83% dei ricavi che, per il resto, derivano dall’affitto degli spazi sulle torri alle società di telecomunicazioni Telecom, Vodafone, Wind e H3 nonché da altri servizi resi alla pubblica amministrazione. Su questo contratto non ha esercitato alcun ruolo l’Agcom: il primo, quello rinnovato con la Rai a partire dal secondo semestre 2014, e’ stato un negozio totalmente intercompany; negli altri casi, i clienti avevano comunque una possibilità di scelta del fornitore.

    Sempre riproponendo informazioni derivanti dal prospetto, Rossotto ha sottolineato la differenza cruciale tra Rai Way, proprietaria della infrastruttura passiva e attiva, ed Ei Towers, proprietaria della sola infrastruttura passiva.

    Ai senatori Rossi e Ranucci, che gli avevano chiesto un’opinione sulla costituzione di un operatore unico delle infrastrutture di trasmissione del segnale televisivo, il presidente di Rai Way non ha dato una risposta diretta, non potendo commentare scenari futuribili. Ma ne ha data una indiretta partendo ancora dal prospetto. Anzitutto, Rai Way intende crescere sia attraverso gli investimenti organici (una ventina di milioni l’anno, finora) sia attraverso operazioni di carattere straordinario. In secondo luogo, Rossotto ha ricordato come nei maggiori Paesi europei (Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Finlandia) la tower company appartenga a un soggetto indipendente dalle telecomunicazioni e dal broadcasting.

    Mio commento. Questa rilettura guidata di un documento pubblico (che pochi hanno la pazienza di approfondire) è stata molto utile. Avere un’unica infrastruttura di trasmissione del segnale televisivo costituisce un obiettivo ragionevole, in linea con l’Europa. Ma non ci si arriva attraverso azioni non sollecitate e non negoziate, e dunque ostili, come quella avviata in questa fase da Ei Towers, la quale, peraltro, ha ancora tutti i margini per variare il suo schema di gioco. Bisogna pareggiare la proprietà delle infrastrutture: o tutte e due le società hanno la parte passiva e quella attiva, e allora Ei Towers deve rivedere il suo rapporto con Mediaset, ovvero tutte e due si tengono solo l’infrastruttura passiva, e allora saranno Rai e Rai Way a dover rivedere il proprio rapporto. In ogni caso, se si va all’integrazione tra le due imprese infrastrutturali, e cioè alla costituzione di un monopolio, i contratti di servizio andranno rivisitati dall’Agcom e dall’Antitrust. Dirò di più: attenzione, i profili antitrust scattano anche senza arrivare a una fusione; basta l’acquisizione di una partecipazione rilevante ai fini della governance.

    Infine, sistemate queste due questioni, per evitare conflitti d’interesse, dalla proprietà dell’operatore monopolistico dovrebbero essere esclusi i due broadcaster, titolari delle frequenze, ossia Mediaset e Rai. I quali potrebbero vendere a termine l’infrastruttura ricavando un ottimo incasso. Come abbiamo visto, l’operatore monopolistico in Europa è indipendente e regolato. Solo in Irlanda appartiene al broadcaster. Quanto ai rapporti con le reti di telecomunicazione, bisognerà vedere il merito industriale dell’affare. In Europa le attività sono unite in Belgio, Svizzera e Norvegia.

    Rossotto ha ricordato come, nel prospetto italiano (pagina 87) e nella sua versione americana (pagina 22), sia stato scritto a chiare lettere che Rai Way non e’ contendibile. Ma il punto vero è un altro e, data la sua posizione, non poteva essere chiarito da Rossotto. Il punto vero è se la Rai sia o non sia disposta a vendere una parte della sua partecipazione Rai Way, oggi pari al 65,07% del capitale, sia pure restando comunque sopra il 50,01%. Ovvero se la Rai sia determinata a proteggere il suo attuale dominio sull’assemblea straordinaria, dove si deliberano gli aumenti di capitale e le fusioni con maggioranza dei due terzi, o se sia disposta a cedere a Ei Towers una posizione da minoranza di blocco. Che farebbe aumentare il valore di questa società berlusconiana e consentirebbe, forse, a Mediaset di venderla con maggior profitto. Non sarebbe la prima volta che si tenta di buscar el levante por el poniente.

    Chi deve rispondere, istituzionalmente, è la Rai. Che, diversamente da Rai Way, non è sottoposta alla passivity rule ne’ ad autorizzazioni ministeriali su quanto fa della sua partecipazione Rai Way restando sopra il 50,01%. Concludo ricordando che Rai e Mediaset, in quanto soci di controllo di Rai Way ed Ei Towers, hanno l’obbligo di rispettare la simmetria informativa verso il mercato. Ma questa non è una consegna del silenzio. Basta scrivere decisioni e informazioni aggiuntive in una nota ufficiale e dalla Consob non arriverà alcun fulmine.

  • E ORA RAI WAY. Ieri l’amministratore delegato di Ei Towers ha chiesto di mandare alla commissione Industria del Senato una nota su talune questioni poste dall’Opas su Rai Way anziché farsi audire direttamente dalla commissione rispondendo alle domande dei senatori. La nota, che è annunciata entro la giornata di domani, verrà comunicata anche alla Consob e al mercato così da non generare asimmetrie informative. Rai Way, che è la società bersaglio, verrà invece a palazzo Madama, accettando di rispondere ai quesiti naturalmente nei limiti posti dalla sua condizione di società sotto Opas. Limiti il cui rispetto mi ero ovviamente impegnato a garantire in premessa sia alla società cacciatrice sia alla società preda.

    Come avevo preannunciato ieri, oggi ho mandato al presidente Rossotto una griglia di questioni che possono aiutare il Senato a prendere con una migliore base informativa le eventuali decisioni del caso, sotto i profili della tutela della concorrenza e della politica industriale. Ecco di seguito le questioni che rimandano alla stessa operazione di quotazione delle torri Rai in Borsa:

    a) alcuni dati di bilancio che consentano di leggere nel triennio 2012-2014 (ove il bilancio dell’esercizio scorso sia già pronto): ricavi, Ebitda, Ebit, oneri finanziari netti, risultato ante imposte, risultato netto; e poi, posizione finanziaria netta, patrimonio netto e immobilizzazioni tecniche nette; dividendi e pay out;

    b) andamento della capitalizzazione di mercato di Rai Way dalla quotazione a ieri in relazione all’indice generale della Borsa e ai competitor;

    c) piano di investimenti futuro e relative fonti di finanziamento;

    d) ripartizione dei ricavi tra parti correlate (Rai ed eventuali altri) e altri clienti;

    e) eventuale ruolo dell’Agcom nella definizione dei contratti di servizio con i clienti;

    f) data di firma e di scadenza del contratto con la Rai e sue principali caratteristiche (eventuali finestre di rinegoziazione, criteri di rivalutazione periodica, principali differenze tra il contratto in essere e il precedente);

    g) quando e come siete stati informati dell’Opas.

  • EI TOWERS VIENE DOMANI IN SENATO, Rai Way è attesa per giovedì mattina. Ho chiesto all’amministratore delegato della società attaccante, Ei Towers, di spiegare alla commissione Industria senso e finalità dell’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) lanciata nei giorni scorsi sulla società della rete della Rai. Questa iniziativa può aprire questioni rilevanti e nuove per la politica della concorrenza e per la politica industriale. Anticipo le mie curiosità attendendo le risposte possibili nell’attuale fase dell’Opas:

    a) Ei Towers si riserva di accettare anche un numero di azioni Rai Way inferiore al 51%?;

    b) come intende finanziare la parte per contanti dell’Opas, che, essendo pari al 70%, può arrivare alla cifra massima di 850 milioni?;

    c) a quanto ammontano i risparmi gestionali attesi dall’integrazione delle due società e a quanto ammonterà il servizio del debito del nuovo raggruppamento Ei Towers-Rai Way rispetto alla mera somma del servizio del debito delle due società separate?;

    d) nell’eventualità di un maggior margine al netto degli oneri finanziari, come vorrebbe ripartito questo maggior margine tra azionisti e broadcaster clienti?;

    e) come e’ avvenuto il negoziato tra Mediaset ed Ei Towers, parti correlate ai tempi fuori dal contesto borsistico, per il contratto di servizio delle torri e quando scade il contratto attuale?;

    f) ha avuto un ruolo l’Agcom, e se sì quale, in questo negoziato?;

    g) a quanto ammontano i ricavi da soggetti terzi (La 7, le tlc ed altri eventuali)?;

    h) ha avuto un ruolo, e se sì quale, l’Agcom in questi contratti?;

    i) in caso di successo dell’Opas, e dunque in caso di costituzione di una società unica delle torri controllata da uno dei due maggiori operatori televisivi, quali garanzie avrebbero gli altri operatori di non essere spremuti fino al limite della loro sopravvivenza?

    Le questioni da sottoporre a Rai Way (e alla Rai) dipendono, a questo punto, dalle risposte che darà la società scalatrice. A risentirci domani.