LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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  • MOLTO INTERESSANTE RAI WAY. “L’offerta pubblica di acquisto e scambio di Ei Towers è stata inviata alla casella di posta elettronica di Rai Way alle 23.45 del 24 febbraio e io l’ho vista la mattina seguente alle 5. Si tratta di un’offerta non sollecitata e non negoziata”. Lo ha riferito, davanti alla commissione Industria del Senato, il presidente di Rai Way, Camillo Rossotto. Il manager ha spiegato, sulla base del prospetto informativo dell’autunno scorso, le caratteristiche del contratto Rai-Rai Way, che sta alla base della valorizzazione della società.

    Il contratto dura 7 anni ed è rinnovabile per due volte. A Rai Way sono affidati i servizi passivi e attivi per la trasmissione del segnale a fronte di un importo di 172 milioni annui rivalutabili in base al tasso d’inflazione. Un tale importo rappresenta l’83% dei ricavi che, per il resto, derivano dall’affitto degli spazi sulle torri alle società di telecomunicazioni Telecom, Vodafone, Wind e H3 nonché da altri servizi resi alla pubblica amministrazione. Su questo contratto non ha esercitato alcun ruolo l’Agcom: il primo, quello rinnovato con la Rai a partire dal secondo semestre 2014, e’ stato un negozio totalmente intercompany; negli altri casi, i clienti avevano comunque una possibilità di scelta del fornitore.

    Sempre riproponendo informazioni derivanti dal prospetto, Rossotto ha sottolineato la differenza cruciale tra Rai Way, proprietaria della infrastruttura passiva e attiva, ed Ei Towers, proprietaria della sola infrastruttura passiva.

    Ai senatori Rossi e Ranucci, che gli avevano chiesto un’opinione sulla costituzione di un operatore unico delle infrastrutture di trasmissione del segnale televisivo, il presidente di Rai Way non ha dato una risposta diretta, non potendo commentare scenari futuribili. Ma ne ha data una indiretta partendo ancora dal prospetto. Anzitutto, Rai Way intende crescere sia attraverso gli investimenti organici (una ventina di milioni l’anno, finora) sia attraverso operazioni di carattere straordinario. In secondo luogo, Rossotto ha ricordato come nei maggiori Paesi europei (Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Finlandia) la tower company appartenga a un soggetto indipendente dalle telecomunicazioni e dal broadcasting.

    Mio commento. Questa rilettura guidata di un documento pubblico (che pochi hanno la pazienza di approfondire) è stata molto utile. Avere un’unica infrastruttura di trasmissione del segnale televisivo costituisce un obiettivo ragionevole, in linea con l’Europa. Ma non ci si arriva attraverso azioni non sollecitate e non negoziate, e dunque ostili, come quella avviata in questa fase da Ei Towers, la quale, peraltro, ha ancora tutti i margini per variare il suo schema di gioco. Bisogna pareggiare la proprietà delle infrastrutture: o tutte e due le società hanno la parte passiva e quella attiva, e allora Ei Towers deve rivedere il suo rapporto con Mediaset, ovvero tutte e due si tengono solo l’infrastruttura passiva, e allora saranno Rai e Rai Way a dover rivedere il proprio rapporto. In ogni caso, se si va all’integrazione tra le due imprese infrastrutturali, e cioè alla costituzione di un monopolio, i contratti di servizio andranno rivisitati dall’Agcom e dall’Antitrust. Dirò di più: attenzione, i profili antitrust scattano anche senza arrivare a una fusione; basta l’acquisizione di una partecipazione rilevante ai fini della governance.

    Infine, sistemate queste due questioni, per evitare conflitti d’interesse, dalla proprietà dell’operatore monopolistico dovrebbero essere esclusi i due broadcaster, titolari delle frequenze, ossia Mediaset e Rai. I quali potrebbero vendere a termine l’infrastruttura ricavando un ottimo incasso. Come abbiamo visto, l’operatore monopolistico in Europa è indipendente e regolato. Solo in Irlanda appartiene al broadcaster. Quanto ai rapporti con le reti di telecomunicazione, bisognerà vedere il merito industriale dell’affare. In Europa le attività sono unite in Belgio, Svizzera e Norvegia.

    Rossotto ha ricordato come, nel prospetto italiano (pagina 87) e nella sua versione americana (pagina 22), sia stato scritto a chiare lettere che Rai Way non e’ contendibile. Ma il punto vero è un altro e, data la sua posizione, non poteva essere chiarito da Rossotto. Il punto vero è se la Rai sia o non sia disposta a vendere una parte della sua partecipazione Rai Way, oggi pari al 65,07% del capitale, sia pure restando comunque sopra il 50,01%. Ovvero se la Rai sia determinata a proteggere il suo attuale dominio sull’assemblea straordinaria, dove si deliberano gli aumenti di capitale e le fusioni con maggioranza dei due terzi, o se sia disposta a cedere a Ei Towers una posizione da minoranza di blocco. Che farebbe aumentare il valore di questa società berlusconiana e consentirebbe, forse, a Mediaset di venderla con maggior profitto. Non sarebbe la prima volta che si tenta di buscar el levante por el poniente.

    Chi deve rispondere, istituzionalmente, è la Rai. Che, diversamente da Rai Way, non è sottoposta alla passivity rule ne’ ad autorizzazioni ministeriali su quanto fa della sua partecipazione Rai Way restando sopra il 50,01%. Concludo ricordando che Rai e Mediaset, in quanto soci di controllo di Rai Way ed Ei Towers, hanno l’obbligo di rispettare la simmetria informativa verso il mercato. Ma questa non è una consegna del silenzio. Basta scrivere decisioni e informazioni aggiuntive in una nota ufficiale e dalla Consob non arriverà alcun fulmine.

  • E ORA RAI WAY. Ieri l’amministratore delegato di Ei Towers ha chiesto di mandare alla commissione Industria del Senato una nota su talune questioni poste dall’Opas su Rai Way anziché farsi audire direttamente dalla commissione rispondendo alle domande dei senatori. La nota, che è annunciata entro la giornata di domani, verrà comunicata anche alla Consob e al mercato così da non generare asimmetrie informative. Rai Way, che è la società bersaglio, verrà invece a palazzo Madama, accettando di rispondere ai quesiti naturalmente nei limiti posti dalla sua condizione di società sotto Opas. Limiti il cui rispetto mi ero ovviamente impegnato a garantire in premessa sia alla società cacciatrice sia alla società preda.

    Come avevo preannunciato ieri, oggi ho mandato al presidente Rossotto una griglia di questioni che possono aiutare il Senato a prendere con una migliore base informativa le eventuali decisioni del caso, sotto i profili della tutela della concorrenza e della politica industriale. Ecco di seguito le questioni che rimandano alla stessa operazione di quotazione delle torri Rai in Borsa:

    a) alcuni dati di bilancio che consentano di leggere nel triennio 2012-2014 (ove il bilancio dell’esercizio scorso sia già pronto): ricavi, Ebitda, Ebit, oneri finanziari netti, risultato ante imposte, risultato netto; e poi, posizione finanziaria netta, patrimonio netto e immobilizzazioni tecniche nette; dividendi e pay out;

    b) andamento della capitalizzazione di mercato di Rai Way dalla quotazione a ieri in relazione all’indice generale della Borsa e ai competitor;

    c) piano di investimenti futuro e relative fonti di finanziamento;

    d) ripartizione dei ricavi tra parti correlate (Rai ed eventuali altri) e altri clienti;

    e) eventuale ruolo dell’Agcom nella definizione dei contratti di servizio con i clienti;

    f) data di firma e di scadenza del contratto con la Rai e sue principali caratteristiche (eventuali finestre di rinegoziazione, criteri di rivalutazione periodica, principali differenze tra il contratto in essere e il precedente);

    g) quando e come siete stati informati dell’Opas.

  • EI TOWERS VIENE DOMANI IN SENATO, Rai Way è attesa per giovedì mattina. Ho chiesto all’amministratore delegato della società attaccante, Ei Towers, di spiegare alla commissione Industria senso e finalità dell’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) lanciata nei giorni scorsi sulla società della rete della Rai. Questa iniziativa può aprire questioni rilevanti e nuove per la politica della concorrenza e per la politica industriale. Anticipo le mie curiosità attendendo le risposte possibili nell’attuale fase dell’Opas:

    a) Ei Towers si riserva di accettare anche un numero di azioni Rai Way inferiore al 51%?;

    b) come intende finanziare la parte per contanti dell’Opas, che, essendo pari al 70%, può arrivare alla cifra massima di 850 milioni?;

    c) a quanto ammontano i risparmi gestionali attesi dall’integrazione delle due società e a quanto ammonterà il servizio del debito del nuovo raggruppamento Ei Towers-Rai Way rispetto alla mera somma del servizio del debito delle due società separate?;

    d) nell’eventualità di un maggior margine al netto degli oneri finanziari, come vorrebbe ripartito questo maggior margine tra azionisti e broadcaster clienti?;

    e) come e’ avvenuto il negoziato tra Mediaset ed Ei Towers, parti correlate ai tempi fuori dal contesto borsistico, per il contratto di servizio delle torri e quando scade il contratto attuale?;

    f) ha avuto un ruolo l’Agcom, e se sì quale, in questo negoziato?;

    g) a quanto ammontano i ricavi da soggetti terzi (La 7, le tlc ed altri eventuali)?;

    h) ha avuto un ruolo, e se sì quale, l’Agcom in questi contratti?;

    i) in caso di successo dell’Opas, e dunque in caso di costituzione di una società unica delle torri controllata da uno dei due maggiori operatori televisivi, quali garanzie avrebbero gli altri operatori di non essere spremuti fino al limite della loro sopravvivenza?

    Le questioni da sottoporre a Rai Way (e alla Rai) dipendono, a questo punto, dalle risposte che darà la società scalatrice. A risentirci domani.

  • ANSALDO, FINMECCANICA E IL GOVERNO AZIONISTA. Nelle condizioni date, Finmeccanica ha fatto quel che doveva fare con Ansaldo Sts, ceduta con profitto, e AnsaldoBreda, ceduta con dote. Bene, dunque, Mauro Moretti che ha dato brillante esecuzione a scelte prospettate già dai suoi predecessori negli uffici di via Montegrappa. Certo, resta un pò di amarezza nel vedere l’Italia che, attraverso lo Stato, resta in Ansaldo Energia a fare turbine con i cinesi e, sempre attraverso lo Stato e nella latitanza degli investitori privati, esce dal segnalamento ferroviario, attività molto più sofisticata, dove Ansaldo Sts esprime un’eccellenza superiore a quella di Ansaldo Energia. La Francia con Alstom ha fatto il contrario: le centrali elettriche a General Electric, il ferroviario sviluppato in patria.

    Dalla doppia cessione Finmeccanica ha incassato 809 milioni. Poiché questo incasso determina una riduzione di 600 milioni dell’indebitamento, si deve pensare che la holding ha trattenuto sui suoi libri almeno 200 milioni di debiti da quelli che erano iscritti nei bilanci di AnsaldoBreda. E questo costituisce la dote, al netto delle eventuali modifiche del circolante, concessa a Hitachi. Da vedere se andranno alla multinazionale giapponese o se, come sembrerebbe dalla nota ufficiale del gruppo italiano, resteranno in portafoglio a Finmeccanica alcune decine di treni che dovevano essere venduti alle ferrovie belghe e olandesi e che, per ritardi e difetti di consegna delle vecchie gestioni ante Moretti e ante Pansa, sono stati ripresi da AnsaldoBreda, previo pagamento di una penale di circa 150 milioni. Ora questi treni, validi non per l’alta velocità ma per la medio-lunga percorrenza, dovrebbero essere a posto e potrebbero essere liquidati a buon mercato. Chissà, avendoli rifiutati le FS, magari li potrà prendere NTV.

    Sulla carta, Finmeccanica avrebbe potuto cedere AnsaldoBreda da sola, ma con una dote più alta di quella messa in campo da Moretti, e avrebbe dovuto lanciare un forte aumento di capitale in Ansaldo Sts per consentirle l’indispensabile sviluppo sottoscrivendo la quota di sua competenza ovvero lasciandosi diluire. In ogni caso, Finmeccanica non avrebbe avuto il beneficio finanziario che ha avuto, ma un notevole esborso, del tutto insostenibile senza un aumento di capitale in capo alla stessa Finmeccanica. Anche la riedizione, mutatis mutandis, dello schema usato per Ansaldo Energia avrebbe pesato sulle casse di Finmeccanica. Lo Stato, al dunque, si è rivelato un azionista incapace di mettere mano al portafoglio e di fare il mestier suo in queste aziende.

    Le preoccupazioni sindacali sono comprensibili in passaggi di questa natura, ma va dato atto a Moretti di aver fatto prendere a Hitachi anche lo stabilimento AnsaldoBreda di Reggio Calabria, che nei piani precedenti costituiva ormai soltanto una questione di welfare. E fanno anche ben sperare gli apprezzamenti del capo di Hitachi sul nuovo management di AnsaldoBreda e su quello di Ansaldo Sts.

  • MY COUNTRY, RIGHT OR WRONG. Questo è il mio Paese, nel giusto (per sostenerlo) e nell’errore (per correggerlo senza indebolirlo). Nel momento in cui il sedicente Stato islamico minaccia l’Italia, ogni forza politica costituzionale ha il dovere di fare il possibile per sostenere la politica estera del governo. Le posizioni assunte dal presidente del Consiglio sulla Libia sono sensate: diplomazia a tutto campo e, solo se non avremo successo, interventi di peace enforcement, con l’Italia capofila delle operazioni in un caso e nell’altro.

    In questo quadro, l’idea di coinvolgere i Paesi del Mediterraneo nell’azione di pacificazione, suggerita sul “Corriere” dal senatore Latorre, rappresenta un assennato contributo che rientra nella tradizionale politica estera dell’Italia in quest’area cruciale. Il governo, ne siamo sicuri, farà tesoro di tutte le esperienze, a partire dall’eterogenesi dei fini delle primavere arabe e dai ruoli nuovi che vanno assumendo in rapporto al terrorismo islamista, l’Iran, i Paesi del Golfo e l’Arabia Saudita.

    Ci si deve infine augurare che, nell’iniziativa diplomatica di ultima istanza, non si trascuri ulteriormente l’apporto di persone come Romano Prodi che godono di un’alta reputazione nell’area e non sono state coinvolte nei tragici errori del 2011.

  • ILVA, UNA SOLUZIONE DOPO LA SCONFITTA. La memoria corta non aiuta mai: non aiuta nemmeno la politica.

    Parliamoci chiaro: la dichiarazione di insolvenza e la richiesta di amministrazione straordinaria da parte del commissario dell’Ilva, Piero Gnudi, certificano il fallimento di due scelte fatte dal governo a fine primavera 2014: a) abbandonare il piano industriale e ambientale firmato da Enrico Bondi per il rilancio dell’azienda stand alone; b) puntare tutto sulla vendita degli stabilimenti di Taranto, Novi Ligure e Genova nella certezza di trovare subito un compratore al quale delegare il piano industriale. Al dunque, come era facile prevedere, il compratore non si è mai manifestato. L’Ilva può essere risanata, oggi con molta più fatica di ieri, ma in questa fase non può essere venduta.

    Nessun concorrente ha interesse ad affrontare la magistratura di Taranto e a eseguire le prescrizioni dell’AIA. Meglio lasciar morire gli altiforni pugliesi e ripulire così il settore dell’eccesso di capacità produttiva che in Europa l’assilla. Ci sarà tempo e modo di ricostruire la vera storia dell’Ilva, ma fin d’ora e’ chiaro che i miglioramenti gestionali del secondo semestre del 2014, genericamente riferiti anche alla Commissione Industria del Senato, tali non erano. Quando saremo effettivamente usciti dall’emergenza del decreto, sarà bene che il governo mostri al Parlamento i bilanci della gestione commissariale, semestre per semestre, dando modo di valutare l’andamento della produzione e delle vendite e lo stato patrimoniale, gravato da sempre nuovi debiti con le banche e con i fornitori. Sarà, temo, un rendiconto triste, e non tanto per colpa del management e dei lavoratori, che hanno fatto quel che potevano, quanto per i vincoli politici posti dalle scelte sbagliate del governo.

    La dichiarazione dello stato di insolvenza e il passaggio all’amministrazione straordinaria, a questo punto, sono atti inevitabili, ma non garantiscono di per se’ il futuro del gruppo Ilva. Ed e’ dalle lezioni del passato prossimo che possono venire le idee nuove che servono sul piano tecnologico e industriale. Il piano Bondi ne aveva, ma il governo ha preferito dare retta ai concorrenti dell’Ilva ostili alla sostituzione del carbone con il gas nella produzione di acciaio primario, dimostrando così una subalternità culturale che stupisce dopo tante parole contro i poteri forti. Serve al più presto un nuovo soggetto gestionale, la cosiddetta newco, capace di impostare l’innovazione e restaurare la reputazione industriale dell’azienda senza impiccarsi ai vecchi testi dei consulenti (le varie McKinsey, Boston Consulting, Roland Berger non sono mai il verbo perché attaccano l’asino dove vuole il padrone).

    Accendere nuovi debiti, come si farà dopo l’incontro di ieri a palazzo Chigi, aiuterà l’Ilva a sopravvivere. Potremmo domandarci come mai non si è fatto ricorso alla Bei, pronta a finanziare ove so fosse fatta chiarezza, e si va con la Cassa depositi e prestiti, che dell’Ilva non ne vorrebbe sapere. Potremmo domandarci pure come mai le banche aprono oggi, dopo l’insolvenza, quel portafoglio che ieri tenevano chiuso, quando la società era ancora in bonis. Ma al momento diciamo primus vivere. E tuttavia la costituzione di un nuovo soggetto giuridico responsabile della gestione dell’Ilva richiede tempi rapidi e certi. Non vorrei che la boccata d’ossigeno determinasse un allentamento della tensione in capo al governo e ulteriori perdite di tempo. Che potrebbero a un certo punto rivelarsi fatali.

    Ilva, il giro dei soldi

  • BARUFFE PIDDINE. Nicola Latorre ha duramente attaccato, con una dichiarazione che riportiamo alla fine, Massimo Mucchetti. Di seguito la risposta:

    Spiace che un parlamentare di lungo corso come Nicola Latorre giustifichi in modo così maldestro la decisione della presidenza del Senato di considerare inammissibili per estraneità di materia gli emendamenti sulle cause di ineleggibilità e incompatibilità degli eletti. Non ho mai messo in dubbio la terzietà della senatrice Fedeli quale presidente vicaria del Senato. A Valeria anzi, carta canta, ho riconfermato la mia stima. Né ho avuto da ridire sulla inappellabilità della sentenza: ne ho solo chiesto le motivazioni a chi sia in grado di darle perché fatico a comprendere come una legge elettorale non possa occuparsi anche degli eletti.

    Latorre considera ‘evidente’ l’estraneità di materia, ma non spiega il perché. E’ troppo poco: Valeria non è Aristotele e Nicola non è Averroè che chiudeva la bocca a tutti dicendo Ipse dixit. Mi domando come mai, di fronte a parole pacate e meramente fattuali dette al ‘Corriere’ di oggi come le mie e alla misura della presidente Fedeli, un politico navigato come lui alzi tanto i toni. Forse vorrà eludere il merito, e cioè le motivazioni della sentenza, e buttarla sul metodo, come usavano fare certi burocrati nel vecchio Pci. O forse perché Nicola non volle firmare il disegno di legge che fa obbligo all’eletto, azionista di controllo di una società partecipata dallo Stato od operante in regime di concessione pubblica, di scegliere se conservare la partecipazione e rinunciare al mandato o conservare il mandato e vendere, in tempi congrui, la partecipazione. Eravamo agli esordi del primo governo Letta. ‘Sono d’accordo’, mi disse il collega Latorre. ‘Ma non è il momento per simili ddl: siamo al governo con Berlusconi’. Ci stiamo tornando senza dirlo?.

    L’intervista di oggi di Massimo Mucchetti al Corriere della Sera: Fedeli ha firmato una mia proposta poi l’ha dichiarata inammissibile”

    Latorre: Mucchetti accecato da polemica politica

    “Sono stupito e senza parole di fronte all’attacco assolutamente privo di fondamento rivolto dal senatore del Pd Massimo Mucchetti alla senatrice Valeria Fedeli, oggi seconda carica dello Stato, che ha dichiarato inammissibile l’emendamento all’Italicum in materia di conflitto d’interessi. Le considerazioni di Mucchetti, evidentemente accecato dalla polemica politica, tradiscono scarsa conoscenza di una seria cultura istituzionale che prevede l’assoluta terzietà di chi occupa le più alte cariche dello Stato, tanto più in passaggi cruciali come questo”. Lo afferma Nicola Latorre, presidente della Commissione Difesa a Palazzo Madama. “La presidente Fedeli ha giustamente dichiarato inammissibile quell’emendamento – continua – per evidente estraneità alla legge elettorale, demandando questa materia a una specifica discussione del disegno di legge da lei stessa sottoscritto in qualità di senatrice. Colpisce come un presidente di commissione possa smarrire così tanto il senso istituzionale”.

  • RAI, Il CARRO DAVANTI AI BUOI. “Repubblica” dà conto di un progetto di riforma della Rai elaborato dal governo su impulso del PD. Voglio pensare che sia una indiscrezione forzata. Ai gruppi parlamentari Matteo Renzi aveva annunciato la costituzione di un primo gruppo di lavoro per elaborare una proposta nel 2015 in vista del rinnovo della convenzione sul servizio pubblico. Questo team, formato dai capogruppo parlamentari, dai presidenti delle commissioni di merito e da esponenti della segreteria non si è ancora riunito. Lo farà domani per la prima volta. Di che riforma stiamo dunque parlando?

    Non credo, d’altra parte, che la riforma della Rai possa essere una partita tutta giocata nella politique politicienne, senza coinvolgere le teste migliori dell’industria dell’audiovisivo e dell’informazione nel quadro della politica della concorrenza nell’era digitale. Non ha alcun senso nè imprenditoriale nè culturale partire dalla governance invece che dalla missione industriale della Rai nel rapporto con la tv e la radio commerciale, il cinema e la fiction, lo sport, la stampa, l’editoria libraria e, ultimi ma non ultimi, i social network e i motori di ricerca, nuovi veicoli di cultura, informazione e pubblicità. Sarebbe come costruire una casa partendo dal tetto.

    Se vogliamo rimettere le cose in ordine, e dunque partire dal che fare e per il bene di chi e poi arrivare al chi lo dovrà fare, dovremo cominciare a considerare la Rai un’azienda industriale della civiltà dell’informazione, dove l’industria, evidentemente, non è più soltanto manifattura come nel primo Novecento. E se così sarà, non solo si dovrà coinvolgere il meglio delle competenze del Paese, ma anche, nei passaggi parlamentari, si dovrà estendere la competenza sulla Rai e la tv alle commissioni Industria e Attività produttive, dove si radicano la politica industriale e la politica della concorrenza. Lasciare la competenza solo alla commissione bicamerale di Vigilanza e alle commissioni cultura significherebbe restare fermi agli anni Settanta quando ancora la Rai aveva il monopolio dell’etere.

  • IL GOVERNO CORREGGE LA ROTTA sulle Camere di Commercio. Con l’articolo 9 della riforma della Pubblica amministrazione, palazzo Chigi aveva puntato all’eutanasia delle Camere di Commercio in tre mosse: a) soppressione del diritto camerale, peraltro già dimezzato e comunque assai ridotto; b) progressiva riduzione delle competenze e trasferimento del registro ditte, servizio assai efficiente che rende pubblici i bilanci, i protesti, e gli altri atti societari rilevanti, al Ministero dello Sviluppo economico; c) salvaguardia dei livelli occupazionali. La Commissione Bilancio del Senato ha bocciato questo articolo perché lascia i costi (il personale, che fa parte della pubblica amministrazione, rappresenta il costo principale) e toglie i ricavi aprendo un buco nei conti pubblici.

    Ora il senatore Giorgio Pagliari, relatore sul ddl, presenta un emendamento che riscrive l’articolo bocciato accogliendo buona parte dell’emendamento che avevo proposto assieme a tre vicepresidenti del Senato (Calderoli, Gasparri, Fedeli), quattro presidenti di Commissione (Chiti, Formigoni, Marinello, Marcucci) e il collega Guerrieri Paleotti, valente economista. In particolare, il relatore accoglie tal quale l’obiettivo di aggregare le camere con meno di 80 mila ditte iscritte riducendone così il numero da 105 a non più di 60, il riordino e non la progressiva sparizione delle competenze, il mantenimento del registro delle imprese dov’è, e semmai valorizzandolo. Fatto trenta, sarebbe un peccato non fare trentuno.

    Come? Aggiungendo l’obbligo di avere bilanci almeno in pareggio e mettendo a frutto, fuori da ogni localismo, il patrimonio delle Camere conferendo gli immobili e i terreni a un fondo promosso da Unioncamere, che potrebbe così attingere a finanziamenti per almeno un miliardo da utilizzare per sostenere l’economia reale, e conferendo le partecipazioni non strumentali a un fondo promosso e gestito dalla Cassa depositi e prestiti, trasformando pacchetti azionari, che oggi servono solo a giustificare piccole poltrone, in leve per l’aggregazione e la gestione coordinata di autostrade, porti, aeroporti.

    Nota: In base ai dati Unioncamere, nel 2013, le imprese paganti il diritto camerale in quota fissa hanno versato un importo annuale di 96 euro, quelle paganti in base al fatturato un importo medio annuale di 329 euro. La media del totale imprese ha versato una quota annuale di 187 euro. Il pagamento reale, al netto dell’effetto fiscale, è stato di 64 euro annuali per le imprese paganti in quota fissa (5.3 euro mensili), di 219 euro annuali per quelle paganti in base al fatturato (18.3 euro mensili) e di 187 euro annuali per la media del totale imprese (10.4 euro mensili).

  • CHE SUCCEDE ALLA SOGIN? Oggi pomeriggio la Commissione Industria del Senato ha appreso che il consiglio di amministrazione della Sogin, su iniziativa dell’amministratore delegato, Riccardo Casale, ha drasticamente tagliato il piano quadriennale che esso stesso aveva approvato il 18 dicembre 2013. Quel piano già riduceva il precedente piano, varato dalla gestione Nucci ai fini della riconferma. Un piano a suo tempo considerato “elettorale”.

    Per il 2014, comunque, l’attuale gestione della Sogin aveva ridotto le previsioni di ricavi, derivanti dall’attività sua tipica, da 100 a 68 milioni, e poi per il 2015 da 150 a 137 milioni, per il 2016 da 189 a 161 milioni e infine per il 2017 da 190 a 136 milioni. Questa revisione è stata portata al Ministero dello sviluppo economico nell’aprile 2014 e di nuovo illustrata al presidente della Commissione Industria del Senato a luglio. Ai primi di agosto, Casale ha annunciato risultato i semestrali “migliori di sempre”. E poi, a sorpresa, il 28 ottobre 2014 la nuova revisione del piano già rivisto che riduce da 137 a 80 milioni, meno 42%, i ricavi attesi per il 2015 e da 161 a 102 milioni, meno 37%, i ricavi attesi nel 2016.

    Rallentare lo smantellamento degli 8 siti nucleari italiani comporta un aggravio dei costi del loro mantenimento in sicurezza che fa lievitare i costi totali. Nel documento lasciato alla Commissione, il ritardo atteso è previsto per lo più in quattro anni nei diversi siti. La quantificazione dell’onere aggiuntivo per la bolletta che, con la componente A2 finanzia la Sogin, non è stato precisato da Casale.

    Al presidente della Commissione che gli chiedeva da chi avesse ricevuto la nomina e se questi gli avesse segnalato l’eccessiva ambizione del piano del suo precedessore, Casale ha risposto di non ricordare il nome del dirigente del Ministero dell’Economia che gli aveva prospettato l’incarico e comunque di non aver avuto alcuna segnalazione sulla non realizzabilità del piano che andava a ereditare.