Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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  • ANSALDO, FINMECCANICA E IL GOVERNO AZIONISTA. Nelle condizioni date, Finmeccanica ha fatto quel che doveva fare con Ansaldo Sts, ceduta con profitto, e AnsaldoBreda, ceduta con dote. Bene, dunque, Mauro Moretti che ha dato brillante esecuzione a scelte prospettate già dai suoi predecessori negli uffici di via Montegrappa. Certo, resta un pò di amarezza nel vedere l’Italia che, attraverso lo Stato, resta in Ansaldo Energia a fare turbine con i cinesi e, sempre attraverso lo Stato e nella latitanza degli investitori privati, esce dal segnalamento ferroviario, attività molto più sofisticata, dove Ansaldo Sts esprime un’eccellenza superiore a quella di Ansaldo Energia. La Francia con Alstom ha fatto il contrario: le centrali elettriche a General Electric, il ferroviario sviluppato in patria.

    Dalla doppia cessione Finmeccanica ha incassato 809 milioni. Poiché questo incasso determina una riduzione di 600 milioni dell’indebitamento, si deve pensare che la holding ha trattenuto sui suoi libri almeno 200 milioni di debiti da quelli che erano iscritti nei bilanci di AnsaldoBreda. E questo costituisce la dote, al netto delle eventuali modifiche del circolante, concessa a Hitachi. Da vedere se andranno alla multinazionale giapponese o se, come sembrerebbe dalla nota ufficiale del gruppo italiano, resteranno in portafoglio a Finmeccanica alcune decine di treni che dovevano essere venduti alle ferrovie belghe e olandesi e che, per ritardi e difetti di consegna delle vecchie gestioni ante Moretti e ante Pansa, sono stati ripresi da AnsaldoBreda, previo pagamento di una penale di circa 150 milioni. Ora questi treni, validi non per l’alta velocità ma per la medio-lunga percorrenza, dovrebbero essere a posto e potrebbero essere liquidati a buon mercato. Chissà, avendoli rifiutati le FS, magari li potrà prendere NTV.

    Sulla carta, Finmeccanica avrebbe potuto cedere AnsaldoBreda da sola, ma con una dote più alta di quella messa in campo da Moretti, e avrebbe dovuto lanciare un forte aumento di capitale in Ansaldo Sts per consentirle l’indispensabile sviluppo sottoscrivendo la quota di sua competenza ovvero lasciandosi diluire. In ogni caso, Finmeccanica non avrebbe avuto il beneficio finanziario che ha avuto, ma un notevole esborso, del tutto insostenibile senza un aumento di capitale in capo alla stessa Finmeccanica. Anche la riedizione, mutatis mutandis, dello schema usato per Ansaldo Energia avrebbe pesato sulle casse di Finmeccanica. Lo Stato, al dunque, si è rivelato un azionista incapace di mettere mano al portafoglio e di fare il mestier suo in queste aziende.

    Le preoccupazioni sindacali sono comprensibili in passaggi di questa natura, ma va dato atto a Moretti di aver fatto prendere a Hitachi anche lo stabilimento AnsaldoBreda di Reggio Calabria, che nei piani precedenti costituiva ormai soltanto una questione di welfare. E fanno anche ben sperare gli apprezzamenti del capo di Hitachi sul nuovo management di AnsaldoBreda e su quello di Ansaldo Sts.

  • MY COUNTRY, RIGHT OR WRONG. Questo è il mio Paese, nel giusto (per sostenerlo) e nell’errore (per correggerlo senza indebolirlo). Nel momento in cui il sedicente Stato islamico minaccia l’Italia, ogni forza politica costituzionale ha il dovere di fare il possibile per sostenere la politica estera del governo. Le posizioni assunte dal presidente del Consiglio sulla Libia sono sensate: diplomazia a tutto campo e, solo se non avremo successo, interventi di peace enforcement, con l’Italia capofila delle operazioni in un caso e nell’altro.

    In questo quadro, l’idea di coinvolgere i Paesi del Mediterraneo nell’azione di pacificazione, suggerita sul “Corriere” dal senatore Latorre, rappresenta un assennato contributo che rientra nella tradizionale politica estera dell’Italia in quest’area cruciale. Il governo, ne siamo sicuri, farà tesoro di tutte le esperienze, a partire dall’eterogenesi dei fini delle primavere arabe e dai ruoli nuovi che vanno assumendo in rapporto al terrorismo islamista, l’Iran, i Paesi del Golfo e l’Arabia Saudita.

    Ci si deve infine augurare che, nell’iniziativa diplomatica di ultima istanza, non si trascuri ulteriormente l’apporto di persone come Romano Prodi che godono di un’alta reputazione nell’area e non sono state coinvolte nei tragici errori del 2011.

  • ILVA, UNA SOLUZIONE DOPO LA SCONFITTA. La memoria corta non aiuta mai: non aiuta nemmeno la politica.

    Parliamoci chiaro: la dichiarazione di insolvenza e la richiesta di amministrazione straordinaria da parte del commissario dell’Ilva, Piero Gnudi, certificano il fallimento di due scelte fatte dal governo a fine primavera 2014: a) abbandonare il piano industriale e ambientale firmato da Enrico Bondi per il rilancio dell’azienda stand alone; b) puntare tutto sulla vendita degli stabilimenti di Taranto, Novi Ligure e Genova nella certezza di trovare subito un compratore al quale delegare il piano industriale. Al dunque, come era facile prevedere, il compratore non si è mai manifestato. L’Ilva può essere risanata, oggi con molta più fatica di ieri, ma in questa fase non può essere venduta.

    Nessun concorrente ha interesse ad affrontare la magistratura di Taranto e a eseguire le prescrizioni dell’AIA. Meglio lasciar morire gli altiforni pugliesi e ripulire così il settore dell’eccesso di capacità produttiva che in Europa l’assilla. Ci sarà tempo e modo di ricostruire la vera storia dell’Ilva, ma fin d’ora e’ chiaro che i miglioramenti gestionali del secondo semestre del 2014, genericamente riferiti anche alla Commissione Industria del Senato, tali non erano. Quando saremo effettivamente usciti dall’emergenza del decreto, sarà bene che il governo mostri al Parlamento i bilanci della gestione commissariale, semestre per semestre, dando modo di valutare l’andamento della produzione e delle vendite e lo stato patrimoniale, gravato da sempre nuovi debiti con le banche e con i fornitori. Sarà, temo, un rendiconto triste, e non tanto per colpa del management e dei lavoratori, che hanno fatto quel che potevano, quanto per i vincoli politici posti dalle scelte sbagliate del governo.

    La dichiarazione dello stato di insolvenza e il passaggio all’amministrazione straordinaria, a questo punto, sono atti inevitabili, ma non garantiscono di per se’ il futuro del gruppo Ilva. Ed e’ dalle lezioni del passato prossimo che possono venire le idee nuove che servono sul piano tecnologico e industriale. Il piano Bondi ne aveva, ma il governo ha preferito dare retta ai concorrenti dell’Ilva ostili alla sostituzione del carbone con il gas nella produzione di acciaio primario, dimostrando così una subalternità culturale che stupisce dopo tante parole contro i poteri forti. Serve al più presto un nuovo soggetto gestionale, la cosiddetta newco, capace di impostare l’innovazione e restaurare la reputazione industriale dell’azienda senza impiccarsi ai vecchi testi dei consulenti (le varie McKinsey, Boston Consulting, Roland Berger non sono mai il verbo perché attaccano l’asino dove vuole il padrone).

    Accendere nuovi debiti, come si farà dopo l’incontro di ieri a palazzo Chigi, aiuterà l’Ilva a sopravvivere. Potremmo domandarci come mai non si è fatto ricorso alla Bei, pronta a finanziare ove so fosse fatta chiarezza, e si va con la Cassa depositi e prestiti, che dell’Ilva non ne vorrebbe sapere. Potremmo domandarci pure come mai le banche aprono oggi, dopo l’insolvenza, quel portafoglio che ieri tenevano chiuso, quando la società era ancora in bonis. Ma al momento diciamo primus vivere. E tuttavia la costituzione di un nuovo soggetto giuridico responsabile della gestione dell’Ilva richiede tempi rapidi e certi. Non vorrei che la boccata d’ossigeno determinasse un allentamento della tensione in capo al governo e ulteriori perdite di tempo. Che potrebbero a un certo punto rivelarsi fatali.

    Ilva, il giro dei soldi

  • BARUFFE PIDDINE. Nicola Latorre ha duramente attaccato, con una dichiarazione che riportiamo alla fine, Massimo Mucchetti. Di seguito la risposta:

    Spiace che un parlamentare di lungo corso come Nicola Latorre giustifichi in modo così maldestro la decisione della presidenza del Senato di considerare inammissibili per estraneità di materia gli emendamenti sulle cause di ineleggibilità e incompatibilità degli eletti. Non ho mai messo in dubbio la terzietà della senatrice Fedeli quale presidente vicaria del Senato. A Valeria anzi, carta canta, ho riconfermato la mia stima. Né ho avuto da ridire sulla inappellabilità della sentenza: ne ho solo chiesto le motivazioni a chi sia in grado di darle perché fatico a comprendere come una legge elettorale non possa occuparsi anche degli eletti.

    Latorre considera ‘evidente’ l’estraneità di materia, ma non spiega il perché. E’ troppo poco: Valeria non è Aristotele e Nicola non è Averroè che chiudeva la bocca a tutti dicendo Ipse dixit. Mi domando come mai, di fronte a parole pacate e meramente fattuali dette al ‘Corriere’ di oggi come le mie e alla misura della presidente Fedeli, un politico navigato come lui alzi tanto i toni. Forse vorrà eludere il merito, e cioè le motivazioni della sentenza, e buttarla sul metodo, come usavano fare certi burocrati nel vecchio Pci. O forse perché Nicola non volle firmare il disegno di legge che fa obbligo all’eletto, azionista di controllo di una società partecipata dallo Stato od operante in regime di concessione pubblica, di scegliere se conservare la partecipazione e rinunciare al mandato o conservare il mandato e vendere, in tempi congrui, la partecipazione. Eravamo agli esordi del primo governo Letta. ‘Sono d’accordo’, mi disse il collega Latorre. ‘Ma non è il momento per simili ddl: siamo al governo con Berlusconi’. Ci stiamo tornando senza dirlo?.

    L’intervista di oggi di Massimo Mucchetti al Corriere della Sera: Fedeli ha firmato una mia proposta poi l’ha dichiarata inammissibile”

    Latorre: Mucchetti accecato da polemica politica

    “Sono stupito e senza parole di fronte all’attacco assolutamente privo di fondamento rivolto dal senatore del Pd Massimo Mucchetti alla senatrice Valeria Fedeli, oggi seconda carica dello Stato, che ha dichiarato inammissibile l’emendamento all’Italicum in materia di conflitto d’interessi. Le considerazioni di Mucchetti, evidentemente accecato dalla polemica politica, tradiscono scarsa conoscenza di una seria cultura istituzionale che prevede l’assoluta terzietà di chi occupa le più alte cariche dello Stato, tanto più in passaggi cruciali come questo”. Lo afferma Nicola Latorre, presidente della Commissione Difesa a Palazzo Madama. “La presidente Fedeli ha giustamente dichiarato inammissibile quell’emendamento – continua – per evidente estraneità alla legge elettorale, demandando questa materia a una specifica discussione del disegno di legge da lei stessa sottoscritto in qualità di senatrice. Colpisce come un presidente di commissione possa smarrire così tanto il senso istituzionale”.

  • RAI, Il CARRO DAVANTI AI BUOI. “Repubblica” dà conto di un progetto di riforma della Rai elaborato dal governo su impulso del PD. Voglio pensare che sia una indiscrezione forzata. Ai gruppi parlamentari Matteo Renzi aveva annunciato la costituzione di un primo gruppo di lavoro per elaborare una proposta nel 2015 in vista del rinnovo della convenzione sul servizio pubblico. Questo team, formato dai capogruppo parlamentari, dai presidenti delle commissioni di merito e da esponenti della segreteria non si è ancora riunito. Lo farà domani per la prima volta. Di che riforma stiamo dunque parlando?

    Non credo, d’altra parte, che la riforma della Rai possa essere una partita tutta giocata nella politique politicienne, senza coinvolgere le teste migliori dell’industria dell’audiovisivo e dell’informazione nel quadro della politica della concorrenza nell’era digitale. Non ha alcun senso nè imprenditoriale nè culturale partire dalla governance invece che dalla missione industriale della Rai nel rapporto con la tv e la radio commerciale, il cinema e la fiction, lo sport, la stampa, l’editoria libraria e, ultimi ma non ultimi, i social network e i motori di ricerca, nuovi veicoli di cultura, informazione e pubblicità. Sarebbe come costruire una casa partendo dal tetto.

    Se vogliamo rimettere le cose in ordine, e dunque partire dal che fare e per il bene di chi e poi arrivare al chi lo dovrà fare, dovremo cominciare a considerare la Rai un’azienda industriale della civiltà dell’informazione, dove l’industria, evidentemente, non è più soltanto manifattura come nel primo Novecento. E se così sarà, non solo si dovrà coinvolgere il meglio delle competenze del Paese, ma anche, nei passaggi parlamentari, si dovrà estendere la competenza sulla Rai e la tv alle commissioni Industria e Attività produttive, dove si radicano la politica industriale e la politica della concorrenza. Lasciare la competenza solo alla commissione bicamerale di Vigilanza e alle commissioni cultura significherebbe restare fermi agli anni Settanta quando ancora la Rai aveva il monopolio dell’etere.

  • IL GOVERNO CORREGGE LA ROTTA sulle Camere di Commercio. Con l’articolo 9 della riforma della Pubblica amministrazione, palazzo Chigi aveva puntato all’eutanasia delle Camere di Commercio in tre mosse: a) soppressione del diritto camerale, peraltro già dimezzato e comunque assai ridotto; b) progressiva riduzione delle competenze e trasferimento del registro ditte, servizio assai efficiente che rende pubblici i bilanci, i protesti, e gli altri atti societari rilevanti, al Ministero dello Sviluppo economico; c) salvaguardia dei livelli occupazionali. La Commissione Bilancio del Senato ha bocciato questo articolo perché lascia i costi (il personale, che fa parte della pubblica amministrazione, rappresenta il costo principale) e toglie i ricavi aprendo un buco nei conti pubblici.

    Ora il senatore Giorgio Pagliari, relatore sul ddl, presenta un emendamento che riscrive l’articolo bocciato accogliendo buona parte dell’emendamento che avevo proposto assieme a tre vicepresidenti del Senato (Calderoli, Gasparri, Fedeli), quattro presidenti di Commissione (Chiti, Formigoni, Marinello, Marcucci) e il collega Guerrieri Paleotti, valente economista. In particolare, il relatore accoglie tal quale l’obiettivo di aggregare le camere con meno di 80 mila ditte iscritte riducendone così il numero da 105 a non più di 60, il riordino e non la progressiva sparizione delle competenze, il mantenimento del registro delle imprese dov’è, e semmai valorizzandolo. Fatto trenta, sarebbe un peccato non fare trentuno.

    Come? Aggiungendo l’obbligo di avere bilanci almeno in pareggio e mettendo a frutto, fuori da ogni localismo, il patrimonio delle Camere conferendo gli immobili e i terreni a un fondo promosso da Unioncamere, che potrebbe così attingere a finanziamenti per almeno un miliardo da utilizzare per sostenere l’economia reale, e conferendo le partecipazioni non strumentali a un fondo promosso e gestito dalla Cassa depositi e prestiti, trasformando pacchetti azionari, che oggi servono solo a giustificare piccole poltrone, in leve per l’aggregazione e la gestione coordinata di autostrade, porti, aeroporti.

    Nota: In base ai dati Unioncamere, nel 2013, le imprese paganti il diritto camerale in quota fissa hanno versato un importo annuale di 96 euro, quelle paganti in base al fatturato un importo medio annuale di 329 euro. La media del totale imprese ha versato una quota annuale di 187 euro. Il pagamento reale, al netto dell’effetto fiscale, è stato di 64 euro annuali per le imprese paganti in quota fissa (5.3 euro mensili), di 219 euro annuali per quelle paganti in base al fatturato (18.3 euro mensili) e di 187 euro annuali per la media del totale imprese (10.4 euro mensili).

  • CHE SUCCEDE ALLA SOGIN? Oggi pomeriggio la Commissione Industria del Senato ha appreso che il consiglio di amministrazione della Sogin, su iniziativa dell’amministratore delegato, Riccardo Casale, ha drasticamente tagliato il piano quadriennale che esso stesso aveva approvato il 18 dicembre 2013. Quel piano già riduceva il precedente piano, varato dalla gestione Nucci ai fini della riconferma. Un piano a suo tempo considerato “elettorale”.

    Per il 2014, comunque, l’attuale gestione della Sogin aveva ridotto le previsioni di ricavi, derivanti dall’attività sua tipica, da 100 a 68 milioni, e poi per il 2015 da 150 a 137 milioni, per il 2016 da 189 a 161 milioni e infine per il 2017 da 190 a 136 milioni. Questa revisione è stata portata al Ministero dello sviluppo economico nell’aprile 2014 e di nuovo illustrata al presidente della Commissione Industria del Senato a luglio. Ai primi di agosto, Casale ha annunciato risultato i semestrali “migliori di sempre”. E poi, a sorpresa, il 28 ottobre 2014 la nuova revisione del piano già rivisto che riduce da 137 a 80 milioni, meno 42%, i ricavi attesi per il 2015 e da 161 a 102 milioni, meno 37%, i ricavi attesi nel 2016.

    Rallentare lo smantellamento degli 8 siti nucleari italiani comporta un aggravio dei costi del loro mantenimento in sicurezza che fa lievitare i costi totali. Nel documento lasciato alla Commissione, il ritardo atteso è previsto per lo più in quattro anni nei diversi siti. La quantificazione dell’onere aggiuntivo per la bolletta che, con la componente A2 finanzia la Sogin, non è stato precisato da Casale.

    Al presidente della Commissione che gli chiedeva da chi avesse ricevuto la nomina e se questi gli avesse segnalato l’eccessiva ambizione del piano del suo precedessore, Casale ha risposto di non ricordare il nome del dirigente del Ministero dell’Economia che gli aveva prospettato l’incarico e comunque di non aver avuto alcuna segnalazione sulla non realizzabilità del piano che andava a ereditare.

  • ALLORA IL SENATO NON E’ DA BUTTAR VIA…. Oggi il giudice di Milano ha potuto autorizzare il commissario dell’Ilva a incamerare gli 1.2 miliardi sequestrati ai Riva per coprire gli investimenti ambientali prescritti dall’AIA sulla base dell’emendamento portato dalla Commissione Industria del Senato alla precedente normativa in materia. Superando le incertezze del governo, l’emendamento al decreto Competitività ha chiarito a quale titolo (“in conto futuro aumento di capitale”) il commissario avrebbe potuto attingere a quei fondi e ne ha fissato il campo di utilizzo (“il risanamento ambientale”).

    Dobbiamo dunque cantare vittoria? Non ancora. I fondi dei Riva sono custoditi all’estero e non sarà facile riuscire a incassarli. Se tuttavia si arriverà rapidamente al risultato pratico, salvare l’Ilva sarà sempre difficile, ma un po’ meno di prima. Le banche, in particolare, potranno versare anche la seconda parte del prestito ponte e riaprire rapporti di finanziamento normali con la società. Nell’attesa, deve rimandare alta la vigilanza sul processo di cessione delle attività produttive dell’Ilva.

    Entrambi i pretendenti devono chiarire aspetti cruciali dei loro piani: ArcelorMittal deve spiegare, prendendo gli impegni formali del caso, perché intende aggiungere capacità produttiva aggiuntiva per 8-10 milioni di tonnellate annue al suo gruppo che ha già eccedenze di produzione; il gruppo Arvedi deve chiarire con quali risorse finanziarie e manageriali gestirebbe l’Ilva posta la natura ancora familiare dell’impresa e l’indebitamento finanziario elevato, mentre sono in corso negoziati tra lo stesso gruppo Arvedi e la Cassa depositi e prestiti. Se si fosse dato corso al piano Bondi, che prevedeva l’acquisizione di quei denari e la sperimentazione della nuova tecnologia del preridotto, oggi l’Ilva sarebbe più forte. Il governo ha deciso di bruciarsi i vascelli alle spalle decidendo di vendere comunque e subito, con ciò riducendo al minimo il potere contrattuale del commissario a favore dei compratori. Speriamo nella fortuna.

  • CONSIGLIO EUROPEO SU ENERGIA E AMBIENTE. Matteo Renzi si è tenuto largo questa mattina in Senato. Ma tre suoi punti meritano maggior precisione.

    Il primo è l’impegno a schierare l’Italia per obiettivi di tutela ambientale delle “massima ambizione possibile”. Bene. Ma se l’Unione europea si dà gli stringenti vincoli ambientali indicati dalle democrazie nordiche mercantiliste e non si dà una carbon tax estesa anche alle importazioni dalle altre macroregioni del mondo, che ambientaliste non sono, questa stessa Unione Europea rischierà un doppio autogol: aumentando i costi di produzione favorirà la delocalizzazione di parte del suo apparato industriale, generando disoccupazione, e aumenterà l’inquinamento globale del pianeta, dato che le produzioni verranno fatte in Paesi a basso rispetto ambientale.

    Il secondo punto di Renzi consiste nel fissare un obiettivo del 27% di copertura dei consumi energetici da fonti rinnovabili. Il testo non chiarisce bene se i consumi di cui sopra siano quelli totali, nel quale caso c’è ancora parecchio da fare essendo il Paese attorno al 15%, ovvero se i consumi di cui sopra sono quelli elettrici, nel qual caso avremmo già superato l’asticella. Resta che il premier ha criticato l’eccesso di incentivi erogati alle fonti rinnovabili nello scorso decennio. E ha fatto molto bene. Se si devono mettere soldi pubblici in sussidi più o meno mascherati, molto meglio l’efficienza energetica negli edifici e nei trasporti per le evidenti maggiori ricadute positive nel sistema economico nazionale. In ogni caso – e l’ho segnalato al premier intervenendo in Senato – il palleggiamento delle responsabilità tra l’Autorità per l’Energia e il Ministero delle’Economia sta bloccando l’esecuzione della norma per cartolarizzare gli incentivi futuri alle rinnovabili. Prevista dalla legge sulla Competitività, tale norma può far risparmiare fino a un miliardo l’anno per i 15-18 anni residui. E proprio per questo può essere d’esempio in Europa. Diamoci una mossa.

    Terzo punto, la Russia. Bene l’approccio fermo ma non pregiudizialmente ostile al Cremlino. Benissimo riorientare la strategia degli approvvigionamenti di gas e petrolio dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud. E’ la linea dell’Eni post scaroniana. Ma qui bisogna avere il coraggio di muovere il passo decisivo e sostenere la nuova prudenza dell’Eni sul South Stream, il progetto di gasdotto voluto da Gazprom per attraversare il Mar Nero dalla Russia alla Bulgaria, per portare poi in Europa altri 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Ora l’Eni non considera più strategico quel progetto e lo qualifica come un investimento finanziario da valutare per quel che potrà rendere. In primavera la società del South Stream dovrà varare il suo primo aumento di capitale per aprire i cantieri. Si parla di 10-15 miliardi. L’Eni ha il 20% ma può non sottoscrivere. A occhio i 2-2,5 miliardi che Scaroni e Berlusconi volevano destinare al South Stream potrebbero avere altri e ben più interessanti impieghi. E chi dice che, ritirandosi l’Eni, Saipem perderebbe la commessa di costruzione del tubo, dovrebbe anche documentare se esistano clausole contrattuali in tal senso o non invece rilevanti penali a favore di Saipem nel caso venisse revocata la commessa.

    Infine, un pettegolezzo: nella cena notturna dopo il vertice Asen di Milano, Silvio Berlusconi avrebbe tranquillizzato l’amico Putin sul fatto che l’Italia resterà nella società del South Stream, perché lui, Silvio, si ritiene in grado di influenzare su questo punto il premier Renzi. Gli capitasse mai di risentirlo e di toccare il tema, Renzi potrebbe passare dall’italiano al milanese e dire: “Silvio, fa’ no el bauscia….”.

  • C’È UNA SANZIONE VERA CHE A PUTIN FAREBBE MALE, ma l’Italia non l’ha ancora adottata nonostante sia nel suo interesse farlo. Ma, chissà, forse oggi pomeriggio l’intervento del ministro Federica Guidi in Senato potrebbe segnare la svolta. Questa speciale sanzione consiste nella rinuncia dell’Eni a finanziare pro quota il tratto del gasdotto South Stream che attraversa gli abissi del Mar Nero. Nella prossima primavera scatta la ricapitalizzazione della società a maggioranza Gazprom che sarà proprietaria del tubo. L’Eni dovrebbe versare 2 miliardi se vuol conservare la sua attuale quota del 20%. Ma può anche astenersene lasciandosi diluire fin quasi a zero ed evitando così di fare altri 2 miliardi di debiti.

    Nel 2009, Paolo Scaroni caldeggiò l’operazione che a regime sarebbe costata almeno 35 miliardi, in buona parte finanziati a debito. Il progetto trovava un suo equilibrio economico sulla base di un ritorno, dopo le tasse, del 10%, altissimo per un’infrastruttura. Per ottenere un simile guadagno, al gas russo trasportato attraverso quel tubo si dovrebbe applicare un diritto di passaggio assai elevato. E questo aumenterebbe il prezzo finale di quel gas in un contesto di minor utilizzo di questo combustibile fossile e di prezzi strutturalmente calanti per gli effetti dello shale gas sul mercato globale.

    L’Eni scaroniana non ha mai chiarito, nemmeno nell’ultima audizione alla Commissione industria del Senato, se e quanto del gas del South Stream si sarebbe aggiunto, e a quali condizioni contrattuali, a quello già destinato all’Eni medesima dai contratti take or pay con Gapzrom.

    D’altra parte, i fini di Mosca erano e sono in tutta evidenza due: nel breve periodo, impaurire Kiev mettendo in funzione un tubo alternativo a quello storico che passa dall’Ucraina; sul piano strategico, una volta risolta in un modo o nell’altro la crisi ucraina, aumentare la già ingente dipendenza dell’Europa dalle forniture di gas russo.

    L’errore dell’Eni era chiaro già nel 2009-2010. Basta ricordarsi di che cosa aveva fatto mettere a verbale il consigliere di amministrazione, Alberto Clo’, e non solo lui. Al suo esordio, il premier Matteo Renzi ha confermato l’impegno dell’Italia nel South Stream. Immagino per la fretta di dire qualcosa. Ora l’Eni ha cambiato gestione. Se è vero che Claudio Descalzi è un manager tutto industria e zero salotti politici, il cane a sei zampe può rimediare all’antico errore prima che sia troppo tardi (ovvero prima di mettere mano davvero al portafoglio a favore del progetto putiniano). E il governo può salvare la faccia dicendo che la ritirata non deriva dall’ammissione di un errore ma e’ imposta dalle sanzioni. Andrà bene anche così. Come diceva il grande Deng Xiaoping, non importa di che colore è il gatto purché prenda i topi.