LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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  • ALLORA IL SENATO NON E’ DA BUTTAR VIA…. Oggi il giudice di Milano ha potuto autorizzare il commissario dell’Ilva a incamerare gli 1.2 miliardi sequestrati ai Riva per coprire gli investimenti ambientali prescritti dall’AIA sulla base dell’emendamento portato dalla Commissione Industria del Senato alla precedente normativa in materia. Superando le incertezze del governo, l’emendamento al decreto Competitività ha chiarito a quale titolo (“in conto futuro aumento di capitale”) il commissario avrebbe potuto attingere a quei fondi e ne ha fissato il campo di utilizzo (“il risanamento ambientale”).

    Dobbiamo dunque cantare vittoria? Non ancora. I fondi dei Riva sono custoditi all’estero e non sarà facile riuscire a incassarli. Se tuttavia si arriverà rapidamente al risultato pratico, salvare l’Ilva sarà sempre difficile, ma un po’ meno di prima. Le banche, in particolare, potranno versare anche la seconda parte del prestito ponte e riaprire rapporti di finanziamento normali con la società. Nell’attesa, deve rimandare alta la vigilanza sul processo di cessione delle attività produttive dell’Ilva.

    Entrambi i pretendenti devono chiarire aspetti cruciali dei loro piani: ArcelorMittal deve spiegare, prendendo gli impegni formali del caso, perché intende aggiungere capacità produttiva aggiuntiva per 8-10 milioni di tonnellate annue al suo gruppo che ha già eccedenze di produzione; il gruppo Arvedi deve chiarire con quali risorse finanziarie e manageriali gestirebbe l’Ilva posta la natura ancora familiare dell’impresa e l’indebitamento finanziario elevato, mentre sono in corso negoziati tra lo stesso gruppo Arvedi e la Cassa depositi e prestiti. Se si fosse dato corso al piano Bondi, che prevedeva l’acquisizione di quei denari e la sperimentazione della nuova tecnologia del preridotto, oggi l’Ilva sarebbe più forte. Il governo ha deciso di bruciarsi i vascelli alle spalle decidendo di vendere comunque e subito, con ciò riducendo al minimo il potere contrattuale del commissario a favore dei compratori. Speriamo nella fortuna.

  • CONSIGLIO EUROPEO SU ENERGIA E AMBIENTE. Matteo Renzi si è tenuto largo questa mattina in Senato. Ma tre suoi punti meritano maggior precisione.

    Il primo è l’impegno a schierare l’Italia per obiettivi di tutela ambientale delle “massima ambizione possibile”. Bene. Ma se l’Unione europea si dà gli stringenti vincoli ambientali indicati dalle democrazie nordiche mercantiliste e non si dà una carbon tax estesa anche alle importazioni dalle altre macroregioni del mondo, che ambientaliste non sono, questa stessa Unione Europea rischierà un doppio autogol: aumentando i costi di produzione favorirà la delocalizzazione di parte del suo apparato industriale, generando disoccupazione, e aumenterà l’inquinamento globale del pianeta, dato che le produzioni verranno fatte in Paesi a basso rispetto ambientale.

    Il secondo punto di Renzi consiste nel fissare un obiettivo del 27% di copertura dei consumi energetici da fonti rinnovabili. Il testo non chiarisce bene se i consumi di cui sopra siano quelli totali, nel quale caso c’è ancora parecchio da fare essendo il Paese attorno al 15%, ovvero se i consumi di cui sopra sono quelli elettrici, nel qual caso avremmo già superato l’asticella. Resta che il premier ha criticato l’eccesso di incentivi erogati alle fonti rinnovabili nello scorso decennio. E ha fatto molto bene. Se si devono mettere soldi pubblici in sussidi più o meno mascherati, molto meglio l’efficienza energetica negli edifici e nei trasporti per le evidenti maggiori ricadute positive nel sistema economico nazionale. In ogni caso – e l’ho segnalato al premier intervenendo in Senato – il palleggiamento delle responsabilità tra l’Autorità per l’Energia e il Ministero delle’Economia sta bloccando l’esecuzione della norma per cartolarizzare gli incentivi futuri alle rinnovabili. Prevista dalla legge sulla Competitività, tale norma può far risparmiare fino a un miliardo l’anno per i 15-18 anni residui. E proprio per questo può essere d’esempio in Europa. Diamoci una mossa.

    Terzo punto, la Russia. Bene l’approccio fermo ma non pregiudizialmente ostile al Cremlino. Benissimo riorientare la strategia degli approvvigionamenti di gas e petrolio dall’asse Est-Ovest a quello Nord-Sud. E’ la linea dell’Eni post scaroniana. Ma qui bisogna avere il coraggio di muovere il passo decisivo e sostenere la nuova prudenza dell’Eni sul South Stream, il progetto di gasdotto voluto da Gazprom per attraversare il Mar Nero dalla Russia alla Bulgaria, per portare poi in Europa altri 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Ora l’Eni non considera più strategico quel progetto e lo qualifica come un investimento finanziario da valutare per quel che potrà rendere. In primavera la società del South Stream dovrà varare il suo primo aumento di capitale per aprire i cantieri. Si parla di 10-15 miliardi. L’Eni ha il 20% ma può non sottoscrivere. A occhio i 2-2,5 miliardi che Scaroni e Berlusconi volevano destinare al South Stream potrebbero avere altri e ben più interessanti impieghi. E chi dice che, ritirandosi l’Eni, Saipem perderebbe la commessa di costruzione del tubo, dovrebbe anche documentare se esistano clausole contrattuali in tal senso o non invece rilevanti penali a favore di Saipem nel caso venisse revocata la commessa.

    Infine, un pettegolezzo: nella cena notturna dopo il vertice Asen di Milano, Silvio Berlusconi avrebbe tranquillizzato l’amico Putin sul fatto che l’Italia resterà nella società del South Stream, perché lui, Silvio, si ritiene in grado di influenzare su questo punto il premier Renzi. Gli capitasse mai di risentirlo e di toccare il tema, Renzi potrebbe passare dall’italiano al milanese e dire: “Silvio, fa’ no el bauscia….”.

  • C’È UNA SANZIONE VERA CHE A PUTIN FAREBBE MALE, ma l’Italia non l’ha ancora adottata nonostante sia nel suo interesse farlo. Ma, chissà, forse oggi pomeriggio l’intervento del ministro Federica Guidi in Senato potrebbe segnare la svolta. Questa speciale sanzione consiste nella rinuncia dell’Eni a finanziare pro quota il tratto del gasdotto South Stream che attraversa gli abissi del Mar Nero. Nella prossima primavera scatta la ricapitalizzazione della società a maggioranza Gazprom che sarà proprietaria del tubo. L’Eni dovrebbe versare 2 miliardi se vuol conservare la sua attuale quota del 20%. Ma può anche astenersene lasciandosi diluire fin quasi a zero ed evitando così di fare altri 2 miliardi di debiti.

    Nel 2009, Paolo Scaroni caldeggiò l’operazione che a regime sarebbe costata almeno 35 miliardi, in buona parte finanziati a debito. Il progetto trovava un suo equilibrio economico sulla base di un ritorno, dopo le tasse, del 10%, altissimo per un’infrastruttura. Per ottenere un simile guadagno, al gas russo trasportato attraverso quel tubo si dovrebbe applicare un diritto di passaggio assai elevato. E questo aumenterebbe il prezzo finale di quel gas in un contesto di minor utilizzo di questo combustibile fossile e di prezzi strutturalmente calanti per gli effetti dello shale gas sul mercato globale.

    L’Eni scaroniana non ha mai chiarito, nemmeno nell’ultima audizione alla Commissione industria del Senato, se e quanto del gas del South Stream si sarebbe aggiunto, e a quali condizioni contrattuali, a quello già destinato all’Eni medesima dai contratti take or pay con Gapzrom.

    D’altra parte, i fini di Mosca erano e sono in tutta evidenza due: nel breve periodo, impaurire Kiev mettendo in funzione un tubo alternativo a quello storico che passa dall’Ucraina; sul piano strategico, una volta risolta in un modo o nell’altro la crisi ucraina, aumentare la già ingente dipendenza dell’Europa dalle forniture di gas russo.

    L’errore dell’Eni era chiaro già nel 2009-2010. Basta ricordarsi di che cosa aveva fatto mettere a verbale il consigliere di amministrazione, Alberto Clo’, e non solo lui. Al suo esordio, il premier Matteo Renzi ha confermato l’impegno dell’Italia nel South Stream. Immagino per la fretta di dire qualcosa. Ora l’Eni ha cambiato gestione. Se è vero che Claudio Descalzi è un manager tutto industria e zero salotti politici, il cane a sei zampe può rimediare all’antico errore prima che sia troppo tardi (ovvero prima di mettere mano davvero al portafoglio a favore del progetto putiniano). E il governo può salvare la faccia dicendo che la ritirata non deriva dall’ammissione di un errore ma e’ imposta dalle sanzioni. Andrà bene anche così. Come diceva il grande Deng Xiaoping, non importa di che colore è il gatto purché prenda i topi.

  • LA LEGGE GASPARRI SU TV E DINTORNI compie il decimo compleanno e il suo autore lo celebra oggi pomeriggio con un convegno in Senato ricco di partecipanti di alto rango. Non è prevista la presenza di Matteo Renzi. Niente di strano in un Paese normale. Ma l’Italia di oggi normale non è. Il potere di riformare o controriformare si è andato concentrando nelle mani del premier. E il premier promette di importare il modello inglese della Bbc suscitando grandi speranze negli animi semplici e qualche legittimo sospetto tra chi conosce la materia.

    Renzi, infatti, è lo stesso Renzi che nelle scorse settimane si è vantato di aver inflitto alla Rai un taglio dei costi di 150 milioni l’anno quando l’azienda era già arrivata a metà esercizio, di non aver mai incontrato il direttore generale Gubitosi, di voler ridurre di parecchio il canone facendosi legittimare da un referendum popolare. Tre prese di posizione che fatico a comprendere a quali fini obbediscano. Confesso di non capire dove finiscano i giochetti della politica politicante, indifferente alla realtà dell’industria italiana dell’informazione e dell’audiovisivo, e dove comincino i favori all’amico Silvio, preoccupato per il futuro di Mediaset insidiato dal calo strutturale della pubblicità tradizionale. Rai uguale alla Bbc? Magari.

    Ma la Rai non è la Bbc per due ragioni di fondo: a) non ha la stessa reputazione di indipendenza e professionalità (pur con grandi eccezioni positive); b) vive di canone e di pubblicità, mentre la consorella britannica vive di solo canone, e di un canone del 50% superiore a quello Rai. Nel Regno Unito vi è inoltre un Channel Four pubblico, alimentato dagli spot legati alle produzioni dell’audiovisivo nazionale. Ecco, mi pare che Renzi ponga l’accento sulla governance della Rai. Bene. Se la vuole sottrarre all’ingerenza dei partiti, benissimo. Magari sarebbe più credibile se qualche suo fedelissimo della Commissione di vigilanza evitasse di mettere becco sui programmi a difesa della propria parrocchia esattamente come hanno sempre fatto i politici della prima e della seconda repubblica. Se questo fosse ancora lo stile, temo che all’attuale governance, assai carente, venga sostituita una nuova, articolata su una fondazione, che di per se’ non garantisce nulla e può tranquillamente essere funzionale a chi ne nomina i vertici, e dunque essere altrettanto carente.

    Ora, la Rai sconta sprechi cospicui. Su la voce.info, Roberto Perotti, consigliere economico di palazzo Chigi, ne ha indicati alcuni, che riguardano il personale e andranno riconsiderati alla luce della competizione reale alla quale la Rai partecipa. Chi scrive ha evidenziato più volte le incongruenze del sistema Rai di fronte alle sfide delle nuove tecnologie e dei nuovi consumi: dalla pay-tv alla formazione on line, dal self journalism ai nuovi network internettiani. Incongruenze derivanti da una legislazione ormai vecchia e legata alla salvaguardia del duopolio Rai-Mediaset, ormai aggirato sulle ali da Google e da Sky. Limitarsi a tagliare il canone alla Rai in un Paese dove, tra l’altro, l’evasione del canone e’ al 27% contro il 55% di Germania e Regno Unito, significa indebolire la tv pubblica nella competizione con Mediaset e con tutti gli altri.

    Se invece si darà come obiettivo lo sviluppo delle industrie dell’informazione e dell’audiovisivo, il governo potrebbe valutare una grande riforma del settore tesa a migliorare la concorrenza, che è la condizione necessaria ancorché non sufficiente del pluralismo e della gestione efficiente delle risorse. Nel 2004, dalle colonne del “Corriere”, chiesi a Romano Prodi, allora candidato del centro-sinistra con il vento in poppa, di suddividere in due la Rai, lasciando alimentata dal solo canone la Rai Servizio Pubblico, e privatizzando la Rai commerciale, alimentata dalla pubblicità con gli stessi diritti e doveri di Mediaset e La 7. Prodi prese l’impegno, ma non lo poté mantenere a causa dell’opposizione del partito trasversale della Rai in Parlamento, di Mediaset e degli editori principali, da “Repubblica” allo stesso “Corriere” che, cambiato il direttore, mise la sordina a quella battaglia liberale. Chi se la prende con l’establishment non solo a parole, ma con i fatti, avrebbe pane per i suoi denti sia sul piano dei reali rapporti di potere sia sul piano tecnologico-industriale sia, infine, sul piano regolatorio.

    Dei rapporti di potere parlano tutti. Non mi aggiungo oggi al coro. La sfida tecnologico-industriale merita una parola per dire che essa impone una profilatura di che cosa è e sarà servizio pubblico diversa da quella che si poteva fare 20 o anche solo 10 anni fa. Diversa, ma molto interessante sia all’interno del perimetro aziendale sia nel suo rapporto con le piattaforme tecnologiche e i nuovi broadcaster. La sfida regolatoria merita anch’essa che si rilevi come, in primo luogo, si debba coinvolgere i nuovi monopoli, a partire da Google, fornitore di servizi pubblicitari assai pregiati e, al tempo stesso, campione di elusione fiscale dalla complice Irlanda.

    Porre tali questioni non è fare del “benaltrismo” ma proporre una linea di politica industriale laddove, purtroppo, si ascolta solo qualche tirata demagogica che non vorrei coprisse il soccorso rosso alla corazzata azzurra in difficoltà senza affrontare la scommessa politica imposta dalla Rete, convinti così di essere alla moda.

  • CORRIERE DELLA SERA, QUASI SFIDUCIA A RENZI. Con l’editoriale di oggi, Ferruccio De Bortoli esprime le profonde riserve di ampi settori della classe dirigente sulle attitudini del premier di adempiere al dover suo. E tuttavia Matteo Renzi, forte di un’innata abilità nel marketing politico, conserva diffusi consensi nell’elettorato e nello stesso corpo del Pd. Mutatis mutandis, Renzi si trova nelle stesse condizioni del primo Berlusconi: padrone delle urne, ma poco credibile tra coloro che hanno le responsabilità maggiori in Italia e all’estero. E come Berlusconi può essere tentato di reagire alla reprimenda attaccando i giornaloni cinici e bari, strumento cieco d’occhiuta rapina di innominati “salotti buoni” ai danni del Paese.

    Se ascoltasse i più sofisticati tra i suoi consiglieri, Renzi potrebbe anche liquidare l’early warning del “Corriere” come l’estremo tentativo di battere un colpo da parte di un direttore in uscita (la Rcs Mediagroup ha annunciato il cambio di direzione per l’aprile 2015). Se poi ascoltasse anche i consiglieri più spregiudicati, potrebbe brigare per anticipare la sostituzione di De Bortoli da parte dell’azionista di maggioranza relativa della Rcs, che è poi la Fiat: quella Fiat marchionnesca non confindustriale e tanto, tanto filo governativa, forse in attesa di qualche supporto all’esportazione (probabilmente giusto), certo grata per il silenzio del premier (certamente sbagliato) sulla migrazione della sede a Londra e Amsterdam. Ma se seguisse le orme del suo improprio alleato, leader ormai traballante del centro-destra, il nostro premier perderebbe l’occasione per quel cambio di passo che solo può fermare la scivolata del Paese verso il nulla della politica come arte del governo.

    Capisco l’urgenza della riforma del mercato del lavoro (molto meno la cancellazione dell’articolo 18, questione simbolica e divisiva sui media, assai poco rilevante nella realtà: basterebbe sistemare la questione dei licenziamenti disciplinari.). Ma un premier che parla e tweetta senza soluzione di continuità dovrebbe forse dirci dell’altro. Che cosa pensa, Renzi, del flop dell’iniezione di liquidità della Bce nelle banche? Doveva essere il motore del credito per le imprese, e invece nisba. Le banche già grondano liquidità. A scarseggiar sono i clienti buoni. O forse le banche non sono più in grado di valutare al meglio il merito di credito della clientela. E allora come mai, tra tante riforme e riformette, non abbiamo mai sentito nulla da palazzo Chigi sul Testo unico bancario del 1993 e sul Testo unico della Finanza del 1998 alla luce degli accordi di Basilea e delle lezioni della Grande Crisi? Che significa prendersela con gli esperti che gufano e le avrebbero sbagliate tutte e non affrontare nel merito le loro principali scelte legislative?

    Cito questo esempio, ma ne potrei fare altri. Che senso ha evocare il modello tedesco nelle relazioni industriali senza nulla dire dell’architrave di quel modello che è il regime di codecisione tra rappresentanti degli azionisti e rappresentanti dei lavoratori? Possono le grandi aziende pubbliche diventare un modello riformista nelle relazioni industriali o ci acconciamo a seguire i consigli dei Leeden che girano a Firenze?

    Prendersela con le antiche classi dirigenti (quali, esattamente? Berlusconi ne fa parte o no?) senza affrontare la sfida culturale e politica implicita nel loro fallimento sta portando solo a un giro di valzer nelle poltrone, alla sostituzione talvolta casuale di un gruppo di potere con un altro: nel nostro caso, di un gruppo di giovanotti (non tutti) privi di competenze attestate da curricula decenti, ma assetati di buone sistemazioni.

    Renzi ha dimostrato di avere la capacità di avviare il cambiamento come nessuno prima di lui. E Dio sa quanto l’Italia abbia bisogno. E cambiare significa anche cambiare le persone. Non ha ancora dimostrato la capacità di costruire il pensiero d’azione e la squadra che servono al Paese. Il tempo per recuperare e’ poco. E questo e’ il dramma che incombe.

  • NEMMENO VESPA CI È RIUSCITO. Ieri sera il conduttore di “Porta a porta” ha chiesto a Renzi chi siano i gufi e il premier ha parlato dei frequentatori dei convegni che criticano, disegnano scenari economici tragici e poi parlano delle vacanze in Australia. Bruno Vespa fa il suo mestiere senza la cattiveria che, in quel caso, l’avrebbe portato a incalzare l’intervistato. Dopo la descrizione sociologica dei “criticoni”, che con poca spesa e zero coraggio può far piacere alle persone impoverite dalla crisi, qualche nome, please. Per esempio, gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sono gufi?

    Sabato mattina, Matteo Renzi ha inaugurato uno stabilimento del gruppo Bonomi a Brescia perché un investimento reale conta più delle chiacchiere che, nelle stesse ore, si facevano a Cernobbio tra star ed ex star dell’economia e della finanza. Ma anziché prendere l’impegno di cancellare l’Imu sui macchinari che si aggiunge all’Imu sui capannoni, o almeno di esaminare la questione, il premier se l’è presa con i tecnici che criticano il suo governo ma non avevano dato l’allarme sullo tsunami che nel 2008 ha sconvolto le economie dell’Occidente. Che slalom! Lionel Messi non è nessuno.

    A Brescia, di fronte a chi investe, Renzi ha scartato di fronte alla irresponsabilità di prendere una posizione reale su un tema concreto e si è spostato su un tema “da Cernobbio”. Ma se fosse andato sulle rive del lago di Como a dire quello che ha detto sui tecnici, avrebbe forse dovuto motivarlo. E magari avrebbe dovuto rispondere a chi, tra i presenti, avrebbe potuto chiedergli: “Tra i tecnici che lei mette sul banco degli imputato, ci sono anch’io?”.

    A questo punto mi punge un dubbio. I tecnici importanti, che avrebbero dovuto prevedere e prevenire lo tsunami, non sono tanto gli economisti che scrivono sui giornali o mangiano le tartine ai convegni quanto i banchieri centrali. L’unico banchiere centrale oggi in servizio che aveva dato un vero allarme e’ l’attuale governatore della Bank of India, Raghuran Rajan, in un preveggente paper per il Financial Stability Board. Del 2006, se la memoria non mi tradisce. Ai Renzi di turno in quel momento al vertice dei governi (e del Fondo monetario internazionale, di cui Rajan era stato capo economista), quell’indiano criticone pareva forse un gufo? Certo è che i banchieri centrali al tempo in servizio non dettero l’allarme. A Cernobbio c’era Trichet. Che bellezza sarebbe stato un duello intellettuale e storico tra il nostro premier e l’allora presidente della Bce! Quanto se ne sarebbe potuta arricchire la cultura politica della sinistra europea…. Ma Renzi ha preferito la comunicazione top down: parlo io un’ora, al popolo concedo un sorriso e un tweet e ai critici uno sberleffo senza diritto di replica.

    A giudicare dai consensi riscossi tra gli industriali e i lavoratori di Brescia, ha ragione Renzi. Amen. Resta così senza risposta un altro dubbio. Se Trichet era alla Bce, in Banca d’Italia c’erano Mario Draghi governatore e Ignazio Visco membro del direttorio. Oggi Draghi chiede riforme (come se fossimo in ritardo su questo fronte) e Visco invoca una strategia (come se il governo non l’avesse). Sono loro i tecnici messi sotto schiaffo alle Rubinetterie Bresciane Bonomi da mister 41%?

  • UNA VITTORIA DI PIRRO. La maggioranza allargata a Forza Italia poteva contare su circa 230 voti. Ne ha presi 183, francamente pochi. Soprattutto per una legge di riforma costituzionale. Un risultato lontanissimo dalla maggioranza qualificata dei due terzi e pericolosamente vicino alla maggioranza assoluta che serve per superare la prossima lettura in Senato (161 voti). Mi auguro che il premier sappia far tesoro dell’esperienza: l’entrata dell’Italia in recessione mentre il governo si occupa d’altro; le ampie riserve incontrate in Senato nonostante le forzature regolamentari; le tirate d’orecchi della Bce alle quali non si reagisce dicendosi d’accordo ma facendo qualcosa.

  • NON PARTECIPO AL VOTO perché non intendo condividere, almeno in questa prima lettura, una riforma costituzionale che ritengo sbagliata per quattro ragioni principali. La prima ragione è costituita dai tempi. La priorità del governo avrebbe dovuto essere l’economia. La notizia di questi giorni non è il Senato che approva questa legge ma l’Italia in recessione. Il Financial Times scrive che i numeri decretano la fine della luna di miele del governo. Conferma quanto dicevamo da tempo. La politica economica non può ridursi agli 80 euro che sono un trasferimento fiscale da alcuni soggetti ad altri. Sul piano sociale, un atto di giustizia, sia pure incompiuto perché molti, a cominciare dagli in capienti, ne sono esclusi. Sul piano logico, sono l’equivalente delle trovate berlusconiane sull’Ici. Temo che un tale abbaglio dipenda non solo da una strategia politica consapevole, ma anche dal fatto che nella materia politica l’attuale leadership si sente forte mentre avverte il proprio deficit professionale e d’esperienza in economia.

    La seconda ragione deriva dal contenuto della riforma. Le modifiche del titolo V costituiscono un passo avanti. Ne voglio dare atto. La riforma delle istituzioni politiche, invece, non mi convince. Il bicameralismo perfetto è certo superato dalla storia, ma l’emergenza vera è data dall’incapacità del governo di governare, e cioè di dare seguito esecutivo alle decisioni. Non è un problema del governo Renzi in particolare. Le centinaia di provvedimenti ancora privi dei decreti e dei regolamenti d’attuazione hanno più di un padre. Ma questo e’ il problema reale ove si consideri che le leggi che fanno la navetta tra le due camere e’ assai modesto. Ma anche volendo superare il bicameralismo perfetto, e io lo voglio, non vedo un senso positivo e utile nel disegnare un Senato di serie B che avrà competenze confuse e che, già al suo atto di nascita, dà al Paese un messaggio triste conservando l’immunità parlamentare, sia pure nella versione ridotta che c’è, a consiglieri regionali e sindaci che avranno la ventura di avere un secondo lavoro a palazzo Madama.

    La terza ragione è politica. La discussione in aula è stata di bassa qualità, nel suo complesso. Le responsabilità vanno divise tra le opposizioni che hanno scelto la via dell’ostruzionismo e la maggioranza ufficiale che non ha mostrato alcuna seria apertura al dialogo. In Commissione il dibattito e’ stato condizionato dalla scelta di espellere coloro i quali, nella maggioranza, non erano in linea, espulsione avvenuta su indicazione del capo del governo. Parlo di maggioranza ufficiale perché alla prova del voto segreto l’aula ha manifestato un dissenso sostanziale verso le scelte del governo.

    Personalmente, mi sono sempre assunto le mie responsabilità a viso aperto. Dunque ho i titoli per dire che non ha senso crocifiggere chi non ha avuto il coraggio di esporsi per timore di pagare pegno verso i capi del proprio partito. Beato quel Paese che non ha bisogno di eroi, diceva Brecht. D’altra parte, in un sistema dominato da partiti carismatici dirsi d’accordo con il capo certo deriva da intima convinzione ma non si può negare che possa avere anche le sue convenienze. E il Pd è un partito che non ha i titoli per alzare la voce in materia. I 101 non erano mica tutti dalemiani. Ricordo ancora lo stupore che mi colse nel leggere di Renzi che dichiarava decaduta la candidatura di Prodi al Quirinale a soli 7 minuti dal voto dei 101, senza nemmeno dare al candidato l’opportunità di ritirare la candidatura. Morale, questa riforma piace poco. C’è un problema politico di costruzione di un consenso realmente vasto che il Senato e il Governo non hanno saputo risolvere. Faccio i miei auguri alla Camera dei Deputati.

    La quarta ragione è istituzionale. Ho dato prova ripetuta e concreta del rispetto che nutro per la presidenza del Senato. Ma in questa sede non posso non rilevare che il combinato disposto del contingentamento dei tempi, dell’adozione arbitraria del canguro e dell’uso, anch’esso arbitrario, del criterio della prevalenza nell’attribuire il voto segreto agli emendamenti ha pesantemente condizionato l’esito dei nostri lavori. Abbiamo così favorito la marcia della maggioranza. Il fatto che questa maggioranza sia la mia non mi consola, anzi mi preoccupa ancora di più. La Costituzione non può diventare una legge a’ la carte. I padri costituenti l’avevano voluta rigida per dare continuità. Abbiamo rotto il tabù, presi dalla foga di vincere la partita di un giorno e di rispettare infine una data, quella di oggi. E’ stato un errore. Che reputo così grave da non consentirmi di partecipare al voto su questo disegno di legge.

  • IL SENATO E LA TROIKA. Il governo ha scelto di investire tempo ed energie sulla riforma del Parlamento anziché sulle questioni fondamentali dell’economia: dal mercato del lavoro al debito pubblico, dalla legge di stabilità per il 2015 (che a luglio dovrebbe essere già ben chiara a palazzo Chigi) alla revisione del testo unico bancario e del testo unico della finanza ormai in buona parte superati e dunque inefficaci, se non dannosi, ai fini del finanziamento delle attività produttive e commerciali. La riforma del Parlamento, dice il governo, ci rende degni di chiedere flessibilità sui conti pubblici in Europa.

    Temo che sia un’illusione. La scarsa attenzione che i maggiori quotidiani internazionali riservano a tale questione, documentata dalla ricerca che pubblichiamo sul sito, testimonia la scarsa rilevanza che l’establishment internazionale attribuisce alla sistemazione della governance domestica italiana.

    Facciamo questa constatazione a beneficio di chi resta schiavo dei racconti provinciali degli osti che cercano di vendere il proprio vino in casa riferendo di grandi riconoscimenti ottenuti fuori casa. Al mondo interessa la politica che il governo fa. Le riforme sono tante e non si riassumono in quella del Senato se non nella comunicazione velinara. Il mondo si era appassionato, e tuttora si appassiona, alle Abenomics, non della Dieta di Tokyo. Le Renzinomics restano ancora tutte da scoprire. In loro assenza, mentre l’ economia vacilla e il rapporto debito/Pil rischia di arrivare al 140%, si profila all’orizzonte l’ombra della troika.

    Comunque stiano le cose, siamo alla “riforma del Senato”. Bene. Se il governo avesse accettato forme di elezione diretta, avrebbe già avuto in tasca da tempo un testo largamente condiviso. E avrebbe potuto mettere la testa sull’economia. Non ce la caviamo dicendo che tra una crescita dello 0,2% e una dell’1,5% non c’è gran differenza per la vita delle persone.

  • PRINCÌPI E PERSONE. Luigi Zanda si dimostra galantuomo quando avverte di non aver mai riscontrato in nessun senatore del Pd alcuna nostalgia dell’indennità parlamentare. In una fluviale intervista al “Corriere della Sera”, Matteo Renzi aveva attribuito a questa finalità, moralmente riprovevole, la difesa dell’elezione diretta del Senato per la quale si battono alcuni esponenti del gruppo Pd a palazzo Madama. Fa piacere che le ferme ed eleganti parole di Zanda (“Il premier deve essere stato male informato”) siano state pubblicate sullo stesso giornale che aveva registrato, nell’occasione senza contraddittorio, i memorabili detti dell’inquilino di palazzo Chigi. Vi riconosco l’equilibrio che il “Corriere” sa mantenere facendo suonare nel tempo i diversi strumenti della sua orchestra.

    Zanda, poi, aggiunge che le accuse di autoritarismo rivolte al progetto renziano fanno più male delle battute sull’indennità a chi, come lui, ha passato una vita nella difesa della democrazia. Il capogruppo ha ragione. Le battute sono superficiali, certi argomenti invece sono politici. Ma le prime, quando sostituiscono gli argomenti, perdono legittimità: diventano colpi sotto la cintura. Le altre – le analisi sugli effetti della riforma istituzionale sul tasso di democrazia – possono essere considerate giuste o sbagliatissime, ma la loro comunicazione conserva appieno la sua legittimità. Secondo un vecchio proverbio inglese, i gentiluomini parlano dei principi, i domestici delle persone.

    Del resto, la natura parlamentare della Repubblica italiana è sempre più messa in forse dalla prassi dei decreti omnibus del governo come strumento privilegiato della legislazione e dalla scarsa considerazione nella quale, non di rado, è tenuto il Parlamento come soggetto deputato al controllo. Basti pensare che da mesi si attende la risposta del Ministero dell’Economia e da settimane quella della Presidenza del Consiglio alla richiesta ufficiale di riferire alla Commissione Industria del Senato sul processo attraverso il quale il governo ha nominato i nuovi vertici delle maggiori aziende a partecipazione statale diretta o indiretta. Ante nomine, si badi bene, il governo aveva dato il suo consenso alla risoluzione della Commissione Industria che, al termine dell’esame dei conti di Eni, Enel, Finmeccanica e Terna, lo impegnava a tale forma di accountability.