LA LOBBY ENEL ALLA CAMERA. Bene ha fatto il sottosegretario Gentile a invitare i deputati della maggioranza a ritirare gli emendamenti al ddl Concorrenza che diversamente, allungando ulteriormente i tempi, rischiano di vanificare ogni politica della concorrenza in questa legislatura. Il Senato non aveva riaperto la discussione su questo tormentato provvedimento e aveva votato la questione di fiducia posta dal governo, pur essendo diffusa la consapevolezza che in taluni punti, specialmente sul superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico, il ddl era e resta bisognoso di non trascurabili miglioramenti.

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  • CHE COSA FARÀ TELEFONICA? Quando Cesar Alierta convinse i suoi soci italiani a mandare a casa Franco Bernabé promettendo loro di liberarli dal fallimentare investimento in Telco, la holding che esercitava il controllo di fatto su Telecom Italia, l’allora premier Enrico Letta si preoccupò di non disturbare il manovratore spagnolo con provvedimenti, come la riforma dell’Opa obbligatoria, che avrebbero fatto bene al mercato finanziario in generale e a Telecom Italia, non a Telco, in particolare.

    Ora si sta scoprendo quanto chi ne capiva sospettava già allora: il vero interesse di Alierta è l’America Latina, perciò puntava ad aumentare la sua influenza su Telecom Italia allo scopo di rincollare Telecom Argentina e Tim Brasil in mani amiche e aumentare così la presa di Telefonica su quei mercati dove è già ora il primo operatore. Quanto a Telecom Italia, si sarebbe visto con comodo e, nel frattempo, nessuna mossa sula rete. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Telecom Argentina va al sodale messicano Martinez non appena Bernabé esce di scena. Ma resta l’Authority di Buenos Aires che deve dare via libera, e il via libera non viene ancora. E poi Martinez deve vendere la partecipazione nella tv del “Clarin” perché così vuole la legge e per fare cassa con cui pagare Telecom Italia. E chi gliela compra?

    Il gruppo spagnolo Prisa che è pieno di debiti e sta vendendo la sua tv a Telefonica in Spagna. La quale gliela paga tantissimo, abbastanza anche per onorare gli impegni con Telecom su Telecom Argentina. Mi domando seil governo italiano stia seguendo la cosa o se stia seguendo l’antico laissez faire lasciando tutte le responsabilità sulle spalle dell’Autorità sudamericana. In particolare, mi chiedo se il contratto con Martinez preveda delle scadenze per il pagamento della cifra pattuita oltre le quali, in mancanza del versamento, decadrebbe la compravendita.

  • CARA BOSCHI, MA PERCHÉ FAI COSÌ? Potresti portare al premier la maggioranza dei due terzi abbondante del Senato accelerando il corso della riforma, e invece sguaini lo spadone e obblighi tutti alle quattro letture, e cioè a tirare in lungo fino alla primavera del 2015. Non ti capisco.

    Hai ricavato dal ddl Chiti il numero dei senatori, hai aumentato le competenze del nuovo Senato. Bene. Ma perché poi ti perdi via e lasci ai relatori Finocchiaro e Calderoli la responsabilità dell’immunità per sindaci e  consiglieri regionali che faranno anche i senatori? Combinazione, questa brillante idea viene dopo l’ennesimo incontro con il senatore Verdini. Se ci credi come ci crede Panebianco, difendila; sennò, hai un problema con la relatrice Pd, Anna Finocchiaro, visto che il relatore leghista Roberto Calderoli è pronto ad abolirla anche per i deputati. E poi, perché non entri nel merito della questione della elettività del Senato e ti limiti a ricordare le riunioni (ne rammento di assai superficiali) e i costituzionalisti (questi mai indicati con nome e cognome…) per chiudere la bocca a chi non la pensa come te?

    Mi sbaglierò, ma se aumenti le competenze del Senato, avrai bisogno di senatori autorevoli. Credi davvero che il migliaio di consiglieri regionali, per la metà eletti nelle liste Pd e in quelle fiancheggiatrici, costituisca una platea di eleggibili e, al tempo stesso, una fonte di legittimità sufficiente? Non sarebbe meglio lasciar scegliere i senatori ai cittadini tra tutti i cittadini senza intermediari che oggi sono in larga parte indagati dalla magistratura? E poi, mi spieghi perché il numero dei deputati non possa essere tagliato come si deve? E infine credi sia equilibrato un sistema democratico dove le istituzioni di garanzia, dalla presidenza della Repubblica in giù, siano in mano al partito che prende il 41% e al suo leader, che tale diventa con meno di 3 milioni di voti alle primarie? Che piramide del potere stiamo costruendo?

    Nessuno vuole fermare le riforme. Ma se ti convincessi che un Senato eletto dal popolo (come quello americano) è meglio di un’imitazione del Bundesrat (fatalmente distorta non essendo l’Italia una repubblica federale) avresti l’unanimità o quasi del Senato. Alla Camera l’iter diventerebbe una passeggiata e, prima della fine del semestre italiano alla Ue, avresti la riforma costituzionale approvata. E dopo potresti sottoporre a referendum confermativo quella che comunque sarebbe una riforma costituzionale approvata dal Parlamento del Porcellum.

    So bene di non contare nulla. Non ho milioni di voti alle spalle, e nemmeno crac di banche di credito cooperativo come un certo tuo conterraneo. Eppure, due chiacchiere, finito il lavoro, farebbero bene. Sarebbero le prime… Il galateo impone a chi scrive di invitarti a prendere un caffè. Ma la persona potente sei tu e dunque lascio a te l’iniziativa. Del resto, secondo il Vangelo, è il buon pastore ad andare in cerca della pecorella smarrita…

  • CELODURISMO ALLA FIORENTINA O LEADERSHIP VERA? L’Italia e il mondo hanno problemi ben più seri della riforma del Senato, e il segretario-premier, reduce dall’Asia, domani farà bene a volare alto all’assemblea del Pd. E tuttavia, da Pechino, Matteo Renzi ha trovato il tempo per un ringhio: chi ha il 41% dei voti non lascia l’Italia a Mineo. Bum! Che macho! E il fido Guerini rincara la dose rivolto ai 14 senatori autosospesi: quella è la porta. Caspita, che garbo!

    In realtà, siamo all’ennesima manipolazione dell’opinione pubblica. Leggetevi Lucia Annunziata sull’Huffington Post. Si interpreta il risultato elettorale delle europee come se fosse una delega in bianco a fare qualsiasi cosa. Si riduce una posizione di merito condivisa da un buon numero di persone dentro il Pd (e da un ampio schieramento parlamentare, forse dalla maggioranza del Senato) all’opinione di una persona sola. Che essendo sola potrà essere spacciata come un pò matta, o forse interessata, comunque trascurabile.

    Si criminalizza il dissenso raccontandolo come un freno alle riforme quando invece, è uno sprone a fare meglio e di più sui costi, sulle funzioni e sul grado di democraticità del Parlamento. Si evita il confronto ragionato nel merito enumerando in sua vece, assemblee numerose quanto generiche, che iniziano con la rituale, generica introduzione del Capo, lunga come un comizio di Fidel Castro, e proseguono con mini-interventi dei fedeli e degli eretici e si concludono con prese di posizione sui paletti.

    Ma ve la immaginate la Commissione dei 75 della Costituente che ragiona sui paletti…. No. Ma il gioco, che declassa le Camere a mera rappresentazione della dittatura delle maggioranze partitiche, funziona alla perfezione. Perché la classe politica tradizionale ha fallito e il nuovo non ha ancora avuto il tempo di fallire, e dunque ora rappresenta una speranza a prescindere dal merito.

    Il merito dovrebbe essere controllato dai giornali e dalle tv. Ma che cosa volete che controllino mai i giornali quando dipendono dalla ripartizione dei fondi per l’editoria fatta a palazzo Chigi. Qualche rara, avvertenza critica negli editoriali e poi cronache addomesticate. E che cosa volete mai che facciano i telegiornali ridotti a mere registrazioni senza indagini e i talk show dove l’ospite, se è un leader che fa audience, può scegliersi i giornalisti più comodi?

  • IL MINISTRO BOSCHI E IL SOTTOSEGRETARIO LOTTI schierano 12 milioni di voti come se fossero 12 milioni di baionette contro i 13 senatori dissidenti del Pd. Non viene loro il dubbio di sparare con il cannone contro le rondini? La sproporzione della reazione nasconde la povertà degli argomenti. Che noia sentir ripetere sempre gli stessi ritornelli, mandati a memoria. Renzi, che si riserva il gusto della battuta, si propone come l’uomo dei voti contro i veti. Peccato che non voglia far votare ai cittadini il nuovo Senato, ma riservarne la composizione alle burocrazie dei partiti. Il generale Boschi e il colonnello Lotti, poi, non si rendono conto che l’epurazione dei senatori Chiti e Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali contrasta con lo spirito del Regolamento del Gruppo Pd del Senato e con la logica.

    Il regolamento, all’articolo 2, esalta il pluralismo interno e sulle questioni costituzionali garantisce la libertà di voto anche quando questo risulti difforme dalle deliberazioni dell’assemblea del gruppo. La logica chiede di rispondere al seguente quesito: che cosa accadrà in futuro quando dei senatori del Pd maturassero idee differenti da quelle del Capo e della sua maggioranza su qualche materia che il Capo ritenga rilevante? I dissidenti verrebbero spostati da una commissione all’altra? Vi sembra seria l’epurazione continua? Già che ci siamo – viva la faccia – sarebbe più trasparente abolire del tutto l’articolo 67 della Costituzione. Nella post democrazia dei partiti proprietari o leaderistici, diventa un inutile orpello. Questo e’ quanto si può replicare a taluni seguaci del premier. Lui, invece, Matteo Renzi, può ancora felicemente sorprendere tutti costruendo un punto di equilibrio più avanzato senza impiccarsi ai suoi paletti. 

  • CASPITA, CHE CAMBIO DI PASSO ALL’ILVA! Avevamo per commissario un manager industriale, terrore delle banche (vedi Parmalat), terrore dei “padroni furbacchioni” (vedi Riva, inquisiti per inquinamento e sottrazione di risorse all’impresa). Si chiamava Enrico Bondi. Ora, il Governo lo manda via perché inviso ai Riva, alle banche, ai concorrenti dell’Ilva, il cui parere in conflitto d’interessi prende per oro colato. E chi mette al posto del rude Bondi, reo di osservare alla lettera la legge? Il Governo sceglie il commercialista personale di Guidalberto Guidi, padre di Federica, ministro dello Sviluppo economico. Il suo nome è Piero Gnudi. Chi lo conosce fatica a vederlo girare per gli stabilimenti con le pedule, il giaccone e il casco del siderurgico come faceva quel Clint Eastwood d’Arezzo che risponde al nome di Bondi. Gnudi è uomo di relazioni, di consigli di amministrazione e collegi sindacali. Ha fatto il ministro del Turismo e ora è il primo consigliere di Federica. Questo nuovo che avanza ha 76 anni e non sa nulla di altoforni e forni elettrici, cockerie, agglomerati e pre ridotto, di treni di laminazione, nastri trasportatori e parchi minerari.

    Adesso c’è ancora il piano Bondi, che realizza le prescrizioni ambientali e si prefigge di salvare l’occupazione sviluppando la fabbrica. Che ne pensa il Governo? Gnudi ha l’incarico di scrivere un altro piano o un piano non serve più?

    Gnudi, sento dire, avrà funzioni di garanzia. Ma garanzia di che cosa e per chi? Di un’Ilva dimezzata che non dia fastidio a nessuno? Per un gruppo di famiglie industriali? Per le banche? Per Arcelor Mittal con cui i contatti sono in corso da due mesi? O sarà Piero Gnudi un garante dell’innovazione, della trasparenza, della coerenza e della solidarietà?

    Fuori dai denti: Gnudi è stato chiamato a fare da notaio per un accordo già preso con Arcelor Mittal (i cosiddetti partner italiani, tranne i Riva, sono in bolletta, e dunque non sarebbe serio considerarli più di tanto)? Oppure può ancora promuovere la ricerca della soluzione migliore che potrebbe venire anche da altri (faccio un nome a caso, dal gruppo indiano Jindal) che abbiano interesse a fare dell’Ilva l’avamposto della loro crescita globale e non una provincia da annettere a un impero da ridimensionare perché ormai troppo grande (l’Europa, Mittal in primis, conta acciaierie in eccesso per 23 milioni di tonnellate annue)? Serve un pò di tempo per non dover decidere sotto la minaccia di un fallimento dovuto, soprattutto, alle incertezze della politica sulla cornice normativa del commissariamento. Serve dunque un prestito ponte come si è fatto per Alitalia. O come il Tesoro USA ha fatto con Chrysler. Va riscoperto lo spirito con cui si è affrontata l’Electrolux.

    Il gruppo Jindal Steel, al quale ho fatto cenno oggi nel tweettone sull’Ilva, non è cinese ma indiano. Chiedo scusa. Naturalmente, questa svista nulla toglie alla necessità che il nuovo commissario e il governo lavorino alla ricapitalizzazione dell’Ilva al duplice scopo di osservare le prescrizioni ambientali e salvaguardare lo stabilimento. (Massimo Mucchetti)

  • MA RENZI E CANTONE VANNO D’ACCORDO? La domanda trae origine dagli orientamenti in apparenza confliggenti del premier e del capo dell’Anticorruzione sul contrasto alle tangenti. Per l’uno, si devono colpire corrotti e corruttori ma senza fermare i cantieri (Expo e Mose per restare all’attualità), per l’altro si devono revocare gli appalti assegnati alle imprese inquisite. Matteo Renzi sceglie come priorità l’esecuzione di opere pubbliche che si devono ritenere utili.

    Insomma, si finisce di costruire il ponte sul quale passano le ambulanze; i titolari dell’impresa costruttrice e corruttrice risponderanno personalmente alla giustizia. Raffaele Cantone, in questo preceduto dal sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, mette davanti a tutto il ripristino della concorrenza ferita dagli accordi collusivi tra stazione appaltante e impresa appaltatrice. Insomma, ci sono rei confessi non ancora giuridicamente rei. Se aspetti la sentenza definitiva, lasci che le tangenti uccidano il mercato competitivo, modello fondante dell’economia.

    Entrambi i punti di vista sono validi, ma non fino al punto che l’uno possa escludere l’altro. Come conciliare, allora, le due priorità? Forse, i giuristi potrebbero considerare l’opportunità di commissariare temporaneamente, su richiesta della Procura e disposizione del Gip, le imprese e le società concessionarie inquisite per corruzione di pubblici ufficiali fino a quando non intervenga un’assoluzione di primo grado e fatte salve, in caso di condanna, le altre misure contro le imprese corruttrici. Avremmo così una deterrenza rafforzata e, al tempo stesso, salveremmo le opere, rendendo un servizio alla collettività, e le imprese, salvaguardando gli interessi di lavoratori, fornitori e finanziatori, non quelli dei dirigenti o degli imprenditori mazzettari.

  • BENE LE FS, ALLARME ILVA. Alla quinta seduta, dopo fieri contrasti, l’azionista Governo riesce finalmente a nominare il nuovo vertice delle FS imperniato su Michele Elia. Il premier ha mantenuto la promessa di continuità fatta a Mauro Moretti per passare dalle FS a Finmeccanica. E’ uno dei primi effetti della strepitosa vittoria elettorale del Pd made in Florence sulla scacchiera del potere economico.

    Con l’Autorità dei trasporti in campo non mancherà la concorrenza sulle tratte a mercato ad alti margini. La vera scommessa sarà sul trasporto locale a margini inesistenti o risicati e sul rapporto di FS con l’industria nazionale fornitrice di materiale rotabile, di trazione e di segnalamento. Moretti sognava il modello francese. Ma ora Alstom e’ in vendita. Certo, non al primo che passa, ancorché sia un blasonatissimo americano. Ma sembra proprio in vendita. L’economia globale e’ complicata. Dove andrà AnsaldoBreda?

    Sull’Ilva si sta giocando una partita opaca nel momento in cui Enrico Bondi sta per ultimare il suo mandato annuale. Scade il 4 giugno. Può essere rinnovato, naturalmente. I concorrenti privati dell’Ilva non vogliono. Ma soldi sul tavolo non ne mettono. Contestano le soluzioni tecnologiche innovative prospettate da Bondi ma lo fanno ex cathedra, senza confronti nel merito e senza guardare in casa propria. Si profila il rischio di uno spezzatino con l’Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate tagliando l’occupazione. Altra ipotesi e il ricorso alla legge Marzano. Ma in entrambi i casi bisognerebbe riscrivere il decreto Ilva, abbassandone gli obiettivi sul piano ambientale, industriale e occupazionale.Un governo che vuol fare industria e non Confindustria, promuovendo innovazione e lavoro in un ambiente migliore e non finanza e taglio dei posti di lavoro in un ambiente peggiore, ci penserà bene prima di dare retta a certe sirene. Ne siamo sicuri.

  • FERROVIE ATTO QUINTO. Domani l’assemblea dei soci celebra la sua quinta seduta per nominare il vertice delle FS. Essendo l’assemblea composta da un unico socio, lo Stato, siamo davanti a un caso di schizofrenia. L’ad uscente, ma non ancor uscito, Mauro Moretti aveva chiesto e ottenuto dal premier la promessa di avere come successore l’attuale direttore generale, Michele Elia, affinché fosse completato il piano industriale e fosse mantenuta la linea di forte concorrenza con i privati, in primis la NTV di Montezemolo e Della Valle. Il ministro Maurizio Lupi, da sempre critico verso Moretti e aperto alle esigenze di NTV, non controfirma la nomina. E dunque Elia resta al palo.

    Il braccio di ferro può durare un po’, ma non in eterno. Chi ha a cuore gli interessi pubblici – la soddisfazione dei viaggiatori non solo sull’alta velocità ma anche sul trasporto regionale, il successo dell’azienda FS da quotare in tutto o in parte in Borsa – deve arrivare a una conclusione: se la promozione del numero due della squadra vincente, che rappresenterebbe la soluzione naturale, si rivela comunque impossibile, allora si scelga un’altra persona che abbia l’età, la dirittura morale e la qualificazione manageriale per mettersi alla testa della squadra morettiana con il duplice obiettivo di vincere la prova della concorrenza sul trasporto ferroviario a prezzi di mercato e di cooperare con le Regioni accettando, ove ci sia, la sfida della mano privata nelle aste per il trasporto locale. A questo manager – Elia, un altro FS o un “foresto” – andrà anche affidato il mandato di farsi cliente dell’industria ferroviaria nazionale (a proprietà italiana o estera) se questa saprà lavorare a costi competitivi su progetti condivisi.

    Certo è che, se si può chiedere a Montezemolo un consiglio per rapportarsi a Etihad su Alitalia in virtù dei rapporti del medesimo con la finanza araba, non si può invece chiedere né a lui né a Della Valle suggerimenti in materia ferroviaria. Sui giornali si è letto qualcosa in quest’ultimo senso, ma noi non ci crediamo.

  • CHAPEAU! MATTEO RENZI COME E OLTRE TONY BLAIR: conquista il partito contro l’establishment e poi il governo; bacchetta la CGIL e le banche; avvolge nella sua ragnatela il primo partito del centro-destra ma non se lo porta nella maggioranza; batte in breccia l’antipolitica grillina. Chi rimpiange Letta deve chiedersi quale risultato avrebbe avuto il Pd senza la svolta a palazzo Chigi, e darsi una risposta onesta.

    Rispetto a Blair, il premier italiano esercita più potere nel partito, non avendo un Gordon Brown alle costole. Con la riforma del Senato e l’Italicum, mira ad avere più presa nelle istituzioni: senza correzioni, la seconda camera italiana non sarà mai una Camera dei Lord ma una cosetta; il premio di maggioranza al partito o alla coalizione oltre il 37% appare più sicuro, per chi parte in vantaggio, del doppio turno di collegio o dei collegi uninominali. Diversamente dai predecessori, e’ il premier in carica a fare da scudo (ed è un bene) al Quirinale e non viceversa. Nel Paese, il sistema dei media e’ assai più prono al potere di quanto non sia nel Regno Unito.

    Renzi, oggi più forte di quanto non fosse Il Blair degli inizi, conta su consensi analoghi a quelli della Dc anni ’50, ma nel bene e nel male il Pd non si articola in correnti come lo scudo crociato ne’ deve vedersela con partiti come il Pci di Togliatti, il Psi di Nenni, il Pri di La Malfa e il Pli di Malagodi. Il Pse e’ arrivato secondo in Europa, ma del Pse il Pd e’ il socio più forte, mentre l’Italia rappresenta il primo partner politico della Germania nell’Europa no euro. La fresca strapotenza domestica di Renzi troverà la sua prima, decisiva misurazione in quanto l’Italia porterà a casa la riforma dell’Unione europea.

  • AL TERZO TENTATIVO Il TESORO HA VINTO. Dopo aver subito l’onta della sconfitta all’Eni e in Finmeccanica a opera dei fondi esteri, l’azionista Stato ha ottenuto l’ok dell’assemblea dell’Enel per inserire nello statuto la clausola etica. La norma era già stata inserita negli statuti della Cassa depositi e prestiti, nonostante le perplessità delle fondazioni bancarie (che però hanno solo il 15% della Cassa), di Fincantieri e Poste Italiane. Sarà interessante nei prossimi giorni verificare se la reazione della Borsa sull’Enel e più avanti su Fincantieri e Poste quando saranno quotate.

    In ogni caso, la norma andrà un po’ ripensata. Anche per evitare un’Italia a pelle di leopardo. Far scattare la decadenza al mero rinvio a giudizio, salvo l’ eventuale, successivo reintegro a opera dell’assemblea, rischia di innescare tensioni inutili e numerose. Meglio quanto prevedono le Istruzioni di Vigilanza per banche e assicurazioni, che iniziano la procedura (decadenza ed eventuale reintegro) alla condanna in primo grado o agli arresti. Magari estendendo questa norma non solo alle società a controllo pubblico ma anche alle società private che emettono azioni e obbligazioni negoziabili sui mercati regolamentati.