Non mi aggiungo al rito dell'applauso al discorso di Boccia. In taluni passaggi lo meriterebbe, ma se lo mettiamo in relazione al discorso successivo di Calenda, un vero manifesto di governo che ha scaldato i cuori in sala, il presidente della Confindustria è sembrato aver perso il treno del confronto a tutto campo con l'esecutivo Gentiloni. Preferisco dunque manifestare una delusione e dire di quattro sfide non ancora affrontate da Confindustria.

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  • GREGANTI? SCANDALO! I fratelli Magnoni? Vediamo… Sul compagno G cronache ed editoriali sdegnati, in prima pagina per giorni. Governo e Parlamento intervengono. Sui banchieri R, A e G cronache giudiziarie e poco più, subito relegati nelle pagine interne. E la politica gira la testa altrove.

    E’ curiosa, e triste, l’asimmetria delle reazioni di fronte alle tangenti sugli appalti dell’Expo e alle truffe alle casse previdenziali di ragionieri, medici e giornalisti. Le prime cubano 1,2 milioni, dei quali un terzo accertato, le seconde 79 milioni che potrebbero sfiorare i 400. Ma il Belpaese fatica a connettere. Chissà perché.  

  • OSANNA AL MODERNISSIMO PRINCIPE o iniezione di saggezza in extremis per riformare la “riforma del Senato”, e non solo per togliere gli errorini, lasciati li’ per dare al Parlamento la gioia di usare la matita blu? Di solito prima si studia e dopo si decide. Qui poi servirebbe il meglio del riformismo italiano ed europeo di tutte le parrocchie o almeno di quella socialista. E invece prima si fa il patto del Nazareno. 

    Poi si irridono i professoroni. Quindi si bolla il diverso parere come mero freno. Infine, ecco il Seminario. Italo-italiano. Convocato 108 giorni dopo il Nazareno e alla vigilia del voto in Commissione sul testo base. Che, per combinazione, parecchi invitati al Seminario vorrebbero fosse il ddl del governo. Siamo al riuso dell’intellettuale organico? All’eterno ritorno del sempre uguale? 

  • DUNQUE, NON ERA UN ULTIMATUM, ma solo, avrebbe detto Flaiano, un penultimatum. Si approvi la riforma del Senato in prima lettura entro il 25 maggio, altrimenti sono guai. Quante volte l’abbiamo sentito ripetere? Ma ecco che Matteo Renzi non s’impicca più alle europee. Anzi, preannuncia una mediazione. Bene. Purché sia vera. 

    Se si tratta di nominare senatori alcuni consiglieri regionali attraverso il voto dei consigli regionali, siamo al punto di prima. Se invece alle elezioni regionali i partiti presentassero una lista per la Regione e l’altra per il Senato, avendo cura che la somma degli eletti non superi l’attuale numero di consiglieri regionali, avremmo fatto un bel pezzo di strada. Domani, Renzi parlerà al gruppo Pd del Senato e sapremo.

  • STEFANO RODOTA’ PROMUOVE il ddl Chiti sulla riforma di Camera e Senato. E rilegge la lettera del presidente Napolitano al “Corriere” come un invito a non indossare l’elmetto. In attesa di vedere l’effetto che fa, una nota. I giornali hanno scritto: i firmatari del ddl Chiti erano 22, ma alla riunione del gruppo Pd del Senato hanno votato no alla dichiarazione di fedeltà alla direzione del partito in 11. 

    Dunque Chiti ha perso metà degli effettivi. Balla sovrana. Ha votato chi c’era. Il gruppo conta 109 senatori, hanno votato in 69. Chi scrive e’ tra i 4 astenuti e non ha ritirato la firma a Chiti. Soltanto, dissentiva dall’idea stessa di chiedere disciplina in una tal materia, con ancora 49 ddl sul tappeto.

  • TELECOM ITALIA, ovvero la “Fattoria degli animali”, dove tutte le bestie sono uguali, ma alcune lo sono più delle altre. Nell’assemblea di ieri, i fondi hanno superato il 50%, ma hanno avuto solo tre consiglieri. La maggioranza dei seggi e’ andata come sempre alla Telco, la holding formata da Telefonica, Generali, Mediobanca e Intesa: seconda alle urne, prima nel potere. 

    Perché? Perché i fondi non vogliono avere la gestione e dunque presentano una lista ridotta. Forse fanno bene. I fondi votano anche se nei giorni precedenti hanno venduto le azioni. Un obbrobrio di derivazione anglosassone. Certo, Telco è l’animale più uguale degli altri.

  • IL MANUALE CENCELLI nei consigli delle società a partecipazione statale. Spiace dirlo per quanti, quorum ego, vorrebbero cambiare verso all’Italia, ma i giornali hanno ragione ad annusare l’odore della lottizzazione. Finanziatori e parenti di finanziatori della Fondazione Open: che sostiene il premier e che, con encomiabile trasparenza, ne pubblica i nomi sul sito.

    Professionisti di fragile fama ma legati ai partiti della maggioranza. Attendiamo il governo a dare spiegazioni al Parlamento, dove peraltro non mancano gli sponsor dei lottizzati. Sarà un gioco di specchi degno di Borges. Ma meglio le “finzioni” del silenzio.

  • LE DONNE IN TINELLO, gli uomini in cucina. La battuta migliore sulle nomine l’ha fatta Riccardo Ruggeri, antico capo dei trattori Fiat. Ora il governo dovrebbe spiegare perché ha liquidato tutti i cuochi uscenti. Tra loro due avevano fatto senz’altro bene: Cattaneo a Terna e Pansa a Finmeccanica. 

    In Commissione Industria del Senato questo hanno detto i numeri. Ma è possibile che a palazzo Chigi ne abbiano trovati di diversi. Per questo sarà interessante ascoltare il governo. E paragonare i metri di misura usati per ciascuna società. Poi parleremo dei nuovi chef, diversamente promettenti.

  • NON CAPISCO I COLLEGHI DELL’AGENZIA RADIOCOR, dico colleghi perché ero e resto un giornalista, ancorché in prestito al Senato. Chiedono al presidente della Corte dei conti di commentare le osservazioni della Commissione Industria sulla performance dell’Eni nei 9 anni della gestione Scaroni. 

    Il dottor Raffaele Squitieri risponde che i bilanci sono regolari e che l’Eni ha ottenuto risultati importanti. Acqua fresca d’ordinanza: nessuno aveva detto che i bilanci fossero falsi e irrilevanti. Solo che i concorrenti vanno meglio. Perché non incalzare Squitieri sulla “ciccia”?

  • OBAMA, OBAMA MA restano tre punti. 1) Noi: meno spese militari (1,2% del Pil), gli Usa (4,4%): la difesa non è gratis. 2) Mercato unico transatlantico? Se il dollaro non rivaluta e senza una banda di oscillazione con l’euro, sarebbe autogol. 3) Gas liquefatto dagli Usa? Ok, ma quando, quanto e come? Pochi sono i liquefatori di là, ancor meno i rigassificatori di qua, Eni punta sul South Stream “sovietico”, la Puglia si oppone al TAP, gasdotto “non russo” dal Caspio. Il governo tace, Putin ringrazia.